martedì 30 agosto 2016

SUICIDE SQUAD - LA NOSTRA RECENSIONE


Suicide Squad è fatto più di momenti che di scene. Momenti spassosi all'interno di un film caotico. Un cinecomic che vuole correre al galoppo, ma che si rivela frenetico come un treno che sfreccia senza conducente. Cosa che a tratti riesce anche a supportare il tono folle del film, dal momento che si racconta una storia di assassini, mostri e psicopatici costretti a socializzare per salvare il mondo.

Ecco dunque la natura di questo lungometraggio scritto e diretto da David Ayer:  divertente ma costretto a scontrarsi con un montaggio praticato quasi a colpi di ascia (immaginate Nicholson in Shining) che riduce ancora più all'osso una trama già scritta su un fazzoletto. Il primo rammarico riguarda proprio i protagonisti - tutti azzeccati - cattivi mai veramente cattivi, trasformati in eroi di un film per tutti. Personaggi che alla fine vorremmo conoscere a fondo, ma non c'è tempo. Quello che ne soffre di più è proprio il Joker di Jared Leto la cui presenza non supera i dieci/dodici minuti nelle due ore di film. 

Quello che ci portiamo una volta lasciata la sala sono i colori accesi di ogni inquadratura, i sorrisi della splendida Margot Robbie nei panni di Harley Quinn e la silhouette di Will Smith mentre svuota interi caricatori senza batter ciglio e ci ricorda i tempi d'oro di quando era il re delle superstar. In questo cast c'è però un elemento che trionfa su tutti: Viola Davis nei panni dell'agente governativo che è la mente dietro la squadra suicida. E' lei l'ultima grande dominatrice, una donna che ci conquista sin da quando la vediamo divorare una bistecca nella scena più bella del film, mentre presenta il team di cattivi, dimostrando di poterli controllare uno per uno. 

Il caos però è sempre in agguato, perfino nella colonna sonora bizzarra e ruffiana. Presto la sensazione è quella di avere a che fare con un film montato senza un'ordine preciso: pagine di sceneggiatura la cui sequenza sembra essere stata cambiata all'ultimo momento. Ripetizioni sulle introduzioni di personaggi, flashback inseriti in maniera forzata e montaggi alternati che confondono lo spettatore (d'un tratto è notte, subito dopo giorno, e subito dopo di nuovo notte). E una storyline sulla cattiva di turno (l'Incantatrice di Cara Delevingne) alla quale non crede nemmeno chi l'ha scritta. Una volta ci si riferiva alle scene eliminate dalla versione finale di un film dicendo che "erano rimaste sul pavimento della sala di montaggio". Nell'era del digitale non più. Quelle scene avrebbero forse potuto ampliare il raggio d'azione di Ayer (ottimo regista ed eccellente sceneggiatore in tutti gli altri film a cui ha lavorato), qui costretto a scendere a patti con le regole del mega-franchise dell'universo DC Comics ancora in fase di progettazione. 

Suicide Squad diverte comunque. E parecchio anche. Lo fa strizzando l'occhio al cinema anni Ottanta con la decisione di raccontare tutto in una notte che include tuoni, fulmini, saette ed esplosioni. La mente va subito (e l'omaggio è chiaro) a Ghostbusters e Die Hard - Trappola di cristallo. Il film è la prova che l'era del "grounded" - quella forzatura del dover sempre trovare un collegamento logico tra fantasia e realtà - può anche prendersi una pausa. La sensazione è quella che le lancette siano tornate indietro ai tempi dei primi Spider-Man di Sam Raimi, quel momento in cui i nuovi cinecomics erano in una fase di "messa a punto" e non ancora contagiati dall'oscurità di Nolan. E alla fine il film pasticciato di Ayer diverte più delle interminabili due ore e mezza di Batman v Superman. 

Fonte: film.it

lunedì 29 agosto 2016

PARADISE BEACH: DENTRO L'INCUBO


Gli appassionati di questi enormi pelagici re - in via d'estinzione (per colpa dell'uomo che ne uccide milioni ogni anno) - dei sette mari continueranno a lamentare la demonizzazione degli squali, tout court, ma è innegabile che avere un Grande Bianco sullo schermo dia un plus di adrenalina e thrilling a ogni film. Come al Paradise Beach: Dentro l'incubo di Jaume Collet-Serra, con protagonista Blake Lively.

Non un qualsiasi agorafobico e angosciante dramma marino alla Open Water, né una tragico confronto di uomo e natura come Lo Squalo o L'Orca assassina, ma una sorta di step intermedio, nel quale l'evoluzione del topos da B-Jungle-Movie della bella bionda turista yankee alle prese con il mondo selvaggio ci regala una tensione sapientemente costruita a e coreogafata dal regista di Non-Stop e Run All Night.

Sicuramente è suo il merito principale, vista la 'povertà' di una singola location (ma si fa per dire, parlando della Perla del Pacifico, l'Isola di Lord Howe nel Queensland australiano, nonostante l'azione si svolga in Messico). E per di più ridotta - per necessità narrative - a un 'misero' scoglio al largo della spiaggia scelta come teatro.

Per fortuna i tempi moderni - dopo il pentimento dell'autore di 'Jaws' Peter Benchley, convertitosi in difensore della specie, e le battaglie animaliste in favore di questi animali, tanto diffuse in California - hanno insegnato a Hollywood che non serve insistere sulla cattiveria di predatori che agiscono principalmente per istinto o curiosità. Anzi, l'aspetto naturale dell'agire dello Squalo aggiunge un senso di ineluttabilità alla lotta della 'Giovane e il Mare'.

Questo e i minimi requisiti richiesti per terrorizzare futuri bagnanti (per quanto si ben difficile che una bestia di quelle dimensioni si aggiri in "acque poco profonde", come da titolo originale The Shallows), creano la tensione necessaria. Più delle prevedibili scene Gore e delle dimostrazioni della pericolosità letale del protagonista pinnato e senza nulla togliere alla sua controparte umana, più che convincente sia nella parte della surfista nostalgica in cerca di simboliche 'riparazioni' (non senza qualche didascalismo di troppo) sia in quella della atipica 'Final Girl' di questo non horror.

Il risultato finale è un intrigante e coinvolgente - più di quanto direbbe il prevedbile ingaggio razionale - 'Siege Movie' nel quale azione e dramma vengono (coerentemente) sopraffatti dalla forza di volontà e l'istinto di sopravvivenza dei due contendenti. Non, come è stato detto "Lo squalo per una nuova generazione", ma forse - senza mancar di rispetto al Cult di Spielberg - qualcosa di più… Sicuramente di diverso.

Fonte: film.it

lunedì 22 agosto 2016

LA NOTTE DEL GIUDIZIO: ELECTION YEAR


Nel 2013 James DeMonaco aveva trovato un interessante sviluppo di certe fantasie ricorrenti alla 'The Strangers' e di rassicuranti catarsi di incubi moderni alla 'You’re Next' (che citammo nell'interessante excursus sulle Final Girls): il suo The Purge aveva saputo scuotere il pubblico e suggerire nuovi temi su cui confrontarsi a critici e aspiranti sociologi. Purtroppo il successivo aveva patito i difetti tipici di un sequel nato più da necessità commerciali che da urgenze creative. Evidentemente dando utili indicazioni che la produzione - e lo stesso regista/sceneggiatore - deve aver saputo seguire per questo La Notte del Giudizio: Election Year.

Il terzo capitolo di questa sorta di saga - apparentemente (ma non ci scommetteremmo) giunta alla sua conclusione - non torna infatti entro le quattro mura dell'assedio originale, né si perde per le strade di una qualsiasi città riempiendole di bande e di pericoli letali, tutti uguali tra loro e incapaci di trasmettere una vera tensione. Riesce invece a sfruttare una backstory - non troppo originale e in fondo prevedibile - per dare un senso all'azione, sintetizzando le due esperienze precedenti in modo da poter rispondere alle aspettative del pubblico.

Maniaci di bassa lega, attratti dalla possibilità di "Halloween per adulti" e da trasgressioni da turismo 'sessuale' (qui, ovviamente, 'criminale'), stranieri "venuti nel nostro Paese per delinquere", figure carismatiche alle quali affidare la narrazione (come il redivivo Leo barnes di Frank Grillo o l'eroico Marcos di Joseph Julian Soria) e politici pronti a fare della mattanza il terreno di uno scontro personale (con l'ormai immancabile promessa Presidente degli Stati Uniti donna, tanto per rinnovare gli scongiuri della 'povera' Hillary) si rubano la scena in un succedersi ragionato di situazioni critiche. Stavolta più interessanti da seguire, senza lasciarsi confondere dal loro accumulto indiscriminato, per quanto ancora elementi di una vicenda frammentaria, finalmente non troppo prolungata e organizzata lungo due direttrici principali, destinate a incontrarsi (per fortuna limitando i danni).

In questo senso risulta innecessaria l'inclusione della religione come tema, e dei clichè relativi a sette e collusioni varie… Una deriva che cozza con il resto della messa in scena, per quanto risponda in maniera omogenea alla suddetta costruzione di un background coerente con la nuova location scelta, quella di Washington, preferita alla violenta e stereotipata Los Angles. Un buon terzo capitolo, per idee e realizzazione, nel quale però sembra già scorgere la stanchezza e la noia di un 'non franchise' a rischio prosecuzione e del quale sarebbe inutile continuare a raccontare gli esiti in ulteriori episodi. Sperando che produzione e DeMonaco non abbiano già altri piani…


Fonte: film.it

mercoledì 10 agosto 2016

LIGHTS OUT


Un horror velocissimo che passa in un battibaleno e lascia però con un’inquietudine invasiva, strisciante, reale. Questo è Lights Out; pellicola diretta dal regista svedese David F. Sandberg, ma realizzato grazie alla collaborazione del produttore James Wan. Un nome che se non vi dice nulla così, vi basterà sapere che si tratta della mente dietro a Saw e alla saga in due capitoli Conjuring. Insomma, uno che di horror ci capisce a tal punto da sostenere anche progetti registici nei quali non è esclusivo protagonista dietro la macchina da presa. Ci ha visto bene Wan in questo caso.

Perché la storia di un dramma familiare e di una depressione materna, ben si legano agli elementi chiave dello spavento soprannaturale, con una creatura che viene dal buio e che è pronta a uccidere chiunque si metta sul suo cammino. Soprattutto Lights Out gioca molto bene con la dicotomia buio/luce a livello registico, sostenuta da una backstory credibile, regalandoci dei momenti di suspence che però non riescono mai a svincolarsi dall’idea di proporre un formato leggero e che a tratti sfocia nel teen-movie per la presenza di una giovane protagonista dipinta come un po’ ribelle e in perenne lotta con un fidanzato non propriamente sveglissimo.

Passando quindi agli interpreti, c’è da dire che Maria Bello nei panni della madre disturbata è una vera sorpresa. Teresa Palmer, l’eroina Rebecca, rappresenta invece quel personaggio in grado di sospendere il film tra l’horror soprannaturale più puro e invece la sua forma maggiormente commerciale e un po’ demenziale. Raffigurata com’è nei panni di una bad girl indipendente e scettica.

Capitolo a parte invece lo merita l’interpretazione di Gabriel Bateman nei panni del bambino Martin, assolutamente credibile, terribilmente determinato a salvarsi dalla grinfie della malvagia Diana. Che dire infine? Lights Out è un prodotto semplice, di effetto, veloce al punto che visto nel periodo di uscita estivo è il modo perfetto per farsi terrorizzare un po’ prima di uscire dal cinema con la luce del giorno ancora piena. E questo, visto ciò che è contenuto nel film, è davvero un bene. 

Fonte: film.it