domenica 27 agosto 2017

Girlboss


d appena 28 anni, Sophia Amoruso è milionaria. Fino a pochi anni prima si era sempre data da fare con piccoli lavoretti, spesso abbandonati a causa di un modo di fare tutto suo, talvolta irresponsabile, mai convenzionale. Senza denaro, prossima allo sfratto e a un passo dalla disperazione, si accorge che rivendere abiti vintage su e-bay, nell'era di Internet, potrebbe portarle notevoli guadagni. Tutto ciò che dovrà fare è selezionare i capi di abbigliamento e trovare un luogo dove acquistarne di nuovi a poco prezzo: operazione che inizialmente le sembrerà più semplice di quanto si rivelerà poi essere. Inizierà così, praticamente da sola, contro tutti e con il suo caratteraccio, a costruire un impero che prende il nome di Nasty Gal.
Girlboss si basa sull'autobiografia #Girlboss di Sophia Amoruso. La Sophia reale e quella seriale hanno altro in comune: entrambe sono consapevoli di essere verbalmente troppo aggressive, troppo spigolose, troppo indigeste. 
La Nasty Gal è oggi un'impresa on-line da 100 milioni di dollari, che dà lavoro a circa 350 dipendenti. Il vero valore dell'azienda, tuttavia, è nel messaggio che la sua stessa esistenza veicola: è un qualcosa che nasce dal nulla, grazie al talento e alla caparbietà di una ragazza - Sophia Amoroso - che è cresciuta in strada. È una realtà, insomma, che testimonia come il sogno americano sia ancora oggi più che mai vivo.

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mercoledì 9 agosto 2017

CABLE GIRLS




Quattro donne, gli anni '30, aria di ribellione: da una parte la rivoluzione tecnologica che passa attraverso i cavi di un centralino telefonico, dall'altra la rivoluzione dei costumi, che si consuma (anche) rompendo il tabù di una gonna un po' più corta del "normale". 

Alla regia Carlos Sedes e David Pinillos (Velvet, Grand Hotel), nei ruoli delle quattro protagoniste la star Blanca Suárez (El barco, El internado), Nadia de Santiago (Musarañas, Amar es para siempre), Ana Fernández (Los protegidos) e Maggie Civantos (Vis a vis).
Rilasciata in 190 paesi da Netflix a partire dal 28 aprile, Cable Girls è la prima serie originale del colosso del video on demand prodotta in Spagna.

I PERSONAGGI
Già rinnovata per una seconda stagione, Cable Girls si ambienta nella Madrid del 1929, all'interno del grattacielo che ospita la sede della neonata Compagnia de Telefonia. All'interno di queste stanze si muovono i destini delle quattro protagoniste Lidia, Carlota, Ángeles e María Inmaculada detta Marga, appena assunte come centraliniste.
Quattro caratteri femminili molto diversi per quattro donne che si troveranno, spesso loro malgrado, a essere testimoni dei segreti e degli intrighi politici che corrono lungo le linee telefoniche.

Dalla protagonista Lidia, in fuga da un misterioso passato, a Carlota, figlia ribelle di un militare, passando per Ángeles, apparentemente sottomessa al marito, e la campagnola Maria, le quattro colleghe/amiche sono accomunate da un identico destino: quello di affermare la propria indipendenza ed emanciparsi in una società ancora troppo al maschile.

IL MOOD
Lontana più psicologicamente che temporalmente dalla dittatura di Franco, la Madrid de Cable Girls è una città da un milione di abitanti, moderna, nel boom dello sviluppo architettonico e piena di fiducia nel futuro. Nascono in quegli anni interi quartieri per ospitare il nuovo proletariato urbano (Ventas, Tetuán), si inaugura la Gran Via per decongestionare il centro storico dove il traffico è già stato "alleggerito" dalla nuovissima metropolitana, mentre poco lontano dal Palazzo Reale nasce la Ciudad Universitaria.
La compagnia telefonica della serie è la prima a portare in città la rivoluzionaria forma di comunicazione a distanza, trovando naturalmente posto nel primo grattacielo mai costruito in città.

Ma a far da protagonista nelle otto puntate della prima stagione, inevitabilmente, è anche la moda femminile anni '20 e '30: cappellini, copricapo e velette, gonne al ginocchio e camicie, reggiseni a fascia per coprire rigorosamente le forme. Perché nella Madrid di fine anni venti, vale la pena di ricordarlo, le donne non solo non erano libere di indossare quel che volevano, ma dovevano regolarsi su canoni differenti a seconda del lavoro (eventualmente) intrapreso. Ammesso che lo trovassero - e che i loro mariti fossero d'accordo.

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lunedì 24 luglio 2017

TREDICI


Tratta dai bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix Tredici racconta la storia di Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno dalla scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Nella scatola scopre delle cassette registrate da Hannah Baker, una compagna di classe per la quale aveva una cotta e che si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega le tredici ragioni che l'hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse tra queste?

Pubblicato nel 2007 con la grafia "Th1rteen R3asons Why", il romanzo di Jay Asher è stato un grande successo negli States e in occasione della serie Tredici a cui ha dato origine, disponibile su Netflix, ne è stata ripubblicata - anche in Italia da Mondadori - una edizione speciale per il decennale. Il libro consta di meno di trecento pagine e racconta una sola giornata, durante la quale il giovane protagonista Clay Jensen ascolta le tredici incisioni lasciate da Hannah Baker dopo il suo suicidio. 
Si tratta in sostanza di un duetto di voci, quella registrata di Hannah e quella interiore di Clay, che interviene a commentare con il proprio flusso di coscienza di dubbi, riflessioni e ricordi. In termini di azione non succede quasi nulla, a parte per Clay che evita i propri genitori e attraversa la cittadina (una "american small town" come tante altre) seguendo la mappa lasciata da Hannah.

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giovedì 6 luglio 2017

Cuori Puri


Agnese compie i diciotto anni mentre vive con una madre molto devota e frequenta la parrocchia locale dove sta per compiere una promessa di castità fino al giorno delle nozze. Stefano ha venticinque anni, un passato difficile e un presente in cui deve cercare di conservare l'incarico di custode di un parcheggio che confina con un campo rom. La sua famiglia sta per essere sfrattata e ha bisogno del suo aiuto. Il loro incontro farà nascere un sentimento speciale che implica delle scelte importanti, in particolare per Agnese.
Era da tempo che non compariva sugli schermi un'opera prima così intensa e così carica di un realismo che si fa cinema ad ogni inquadratura.
A partire dall'inseguimento iniziale: una corsa in cui Stefano, addetto al controllo in un centro commerciale, insegue Agnese che ha rubato un cellulare di scarso valore. È il loro primo incontro ma non è l'inizio di un idillio. È solo il prologo di un percorso irto di ostacoli. Perché il microcosmo che li circonda non è loro di aiuto. De Paolis si libera da tutti i presunti doveri del politically correct, quelli per intendersi, che fanno gridare allo scandalo gli ipocriti che vorrebbero dipingere la realtà così come non è. In questo film i rom non sono tutti buoni così come gli sfrattati non sono solo vittime e le buone intenzioni non necessariamente conducono a quella Verità che potrebbe farci liberi. 

Agnese è chiusa in una gabbia che non ha pareti ma che, grazie a una madre ossessionata da una religiosità pervasiva, la rinchiude apparentemente senza via di scampo. Questo senza che ci sia la necessità di rappresentare l'ambito parrocchiale come un luogo retrogrado e conservatore. Don Luca è un sacerdote che crede sinceramente a ciò che propone ai ragazzi, ne conosce le difficoltà in senso generale ma non entra mai in una dinamica di comprensione del singolo se non per una reprimenda sul furto.
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lunedì 19 giugno 2017

47 Metri


Due giovani sorelle - Lisa e Kate - sono in vacanza in una località marina in Messico. La situazione sarebbe ideale per svagarsi alla grande, ma Lisa è turbata per essere stata lasciata dal suo fidanzato. Così Kate, la più disinvolta delle due, cerca di farla divertire portandola fuori di notte a spassarsela. Due giovani messicani propongono alle ragazze di provare lo sballo di un'immersione in una gabbia in un luogo infestato da squali: totalmente sicuro, totalmente avvincente. Lisa, preoccupata, è titubante, ma dato che è stata lasciata dal fidanzato proprio perché ritenuta noiosa, decide, spinta dalla sorella, di tentare la botta di vita. Quando vede la vecchia gabbia arrugginita del "capitano" Taylor, Lisa è di nuovo colta da dubbi, ma Kate è risoluta: l'avventura va vissuta. In mare aperto vengono gettate le esche per attirare gli squali che subito arrivano. Poi le ragazze si calano in mare dentro la gabbia per potersi godere la vista degli squali al sicuro della loro protezione. Ma per un problema tecnico la gabbia precipita a 47 metri di profondità e le ragazze si trovano nei guai con poca aria e troppi squali.
I pescecani sono un perfetto emblema del terrore sin dai tempi de Lo squalo (e anche da prima). Silenziosi e famelici, rappresentano, nei film, una minaccia contro la quale è difficile difendersi. Per questo motivo, i film con gli squali sono diventati un nutrito sottogenere, tendenzialmente piuttosto ripetitivo. Vi sono però delle varianti, talvolta.
47 metri appartiene a esse, mettendo in scena una situazione che presenta analogie con altri squalo-movies atipici come Open Water e Paradise Beach - Dentro l'incubo, ma con sufficiente originalità nello spunto. 
L'inglese Johannes Roberts è uno specialista dell'horror, pur non avendo un pedigree di particolare brillantezza: qui maneggia con abilità una situazione interessante, da claustrofobia in spazio aperto, in un tour de force registico nel quale trova tempi e modi adeguati per produrre momenti di tensione e spavento senza però mai mettere in secondo piano l'aspetto umano, che ci porta a temere per la sorte delle due protagoniste alle prese con qualcosa di più grande di loro. La tensione viene mantenuta piuttosto alta e convincente: talvolta il film traccheggia per la poca sostanza narrativa (è soprattutto un film di situazione), ma riesce a rendere con efficacia la solitudine e la disperazione delle ragazze di fronte a una natura ostile per la quale sono solo cibo per squali.
Pur senza essere particolarmente sottile nella descrizione delle psicologie, inoltre, il film è capace anche di fornire un ritratto convincente del legame che unisce le due sorelle, diverse nel carattere, ma solidali e profondamente affezionate. E l'incertezza in cui versano, insicure sullo stato delle cose in superficie (sono state abbandonate o qualcuno le cerca?), aggiunge ulteriori elementi di suspense. Certo l'elenco delle cose che vanno storte è un po' troppo lungo e ciò detrae un po' di credibilità dalla vicenda, ma nell'insieme il film è molto realistico, avvincente, teso e dotato anche di un buon colpo di scena finale che chiude in modo adeguato la storia. Buona la prova del cast con Mandy Moore e Claire Holt in buona evidenza e la simpatica partecipazione di una vecchia volpe del cinema hollywoodiano come Matthew Modine - lontano dai fasti di Full Metal Jacket, ma ancora in gamba - nei panni di un lupo di mare dall'attrezzatura un po' troppo corrosa dalla salsedine.
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giovedì 1 giugno 2017

IRON FIST


Danny Rand (Finn Jones - Game of Thrones) aveva 10 anni quando l'aereo privato con a bordo suo padre Wendell e sua madre Heather, si schiantò misteriosamente sulle montagne dell'Himalaia.
Unico superstite dell'incidente, Danny viene salvato da un gruppo di monaci guerrieri e portato nella misteriosa città di K'un-Lun; grazie all'addestramento dei monaci e alle brutali condizioni del luogo, diventa un valoroso guerriero.
Dopo 14 anni decide di tornare a New York, per ricongiungersi agli amici di infanzia che considera come una famiglia, Ward and Joy Meachum, figli del socio del padre di Danny. Intenzionato a prendersi il posto che gli spetta nella multinazionale fondata da suo padre, la Rand Enterprise, che viene adesso gestita dalla famiglia Meachum. La serie si concentra sul come Danny Rand sia diventato l'Iron Fist, sull'esperienza a K'un-Lun - reale o immaginaria - e su tutte le vicende che porteranno a fare luce riguardo la morte dei suoi genitori.
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martedì 16 maggio 2017

The Founder


62 anni fa, era il 1954, un 52enne venditore dell'Illinois fino a quel momento decisamente poco fortunato, ebbe il colpo di genio che cambiò non solo la sua vita ma anche le abitudini alimentari di mezzo mondo. The Founder di John Lee Hancock, regista di The Blind Side e di Saving Mr. Banks, racconta infatti l'incredibile storia di come uno sfacciato, ipnotico e subdolo rappresentante riuscì letteralmente a scippare a due ingenui fratelli di San Bernardino quello che oggi è il nono marchio più famoso al Globo. McDonald's.
Da un semplice hamburgher, infatti, Ray Kroc ha dato vita ad uno dei più grandi imperi economici mondiali dal punto di vista imprenditoriale. Nel 1954 venditore 'porta a porta', il 52enne rimane incuriosito dall'insolita richiesta di 8 multi-frullatori da sei da parte di un piccolo chiosco californiano portato avanti da Richard e Maurice McDonald, fratelli che dopo anni di 'studio' intuiscono le potenzialità di un menù semplificato: solo hamburger, patatine, frappè, frullati e bibite. Niente camerieri, solo self-service. Nasce così il primo storico fast food. Per riuscire nell'impresa i due realizzano una cucina ad hoc pensata come se fosse una 'catena di montaggio', in modo da poter servire il cliente con un pasto caldo nel giro di 30/60 secondi. Mai nulla di simile era stato realizzato prima e Croc, fulminato dall'idea, ne intuisce le gigantesche potenzialità. Dopo un lungo corteggiamento Ray riesce a convincere i due McDonald della bontà di un franchising, in modo da portare la loro creatura in tutte le città d'America. Ray acquista i diritti del nome in cambio di una percentuale nelle vendite, con i due fratelli decisivi nell'avallare o bocciare qualsiasi novità legata al menù e agli ingredienti utilizzati, ma non è con una minuscola percentuale su un hamburger dal costo esiguo che ci si arricchisce. Bensì con i terreni su cui i McDonald d'America prendono vita, da Ray affittati con contratti decennali. Squalo imprenditoriale nonché volto del capitalismo più sfrenato, Croc fa a questo punto fuori i due fratelli comprando loro le quote rimaste per 2.7 milioni di dollari, dando così ufficialmente vita al marchio McDonald's, impresa che ad oggi conta oltre 35.000 ristoranti in tutto il mondo.
E' una storia da 'sogno' tutta americana, quella raccontata da John Lee Hancock e sceneggiata da Robert D. Siegel. D'altronde negli anni '50 McDonald's divenne la nuova 'chiesa d'America', ritrovo per famiglie in cui mangiare 'sano' spendendo poco ben presto esportata in tutto il mondo. Persino Mark Knoplfler, nel brano 'Boom, like That', si interessò a questo uomo venuto dal nulla che prese un'idea altrui, quella della 'catena di montaggio' in una cucina, per trasformarla in un Impero. Michael Keaton, meravigliosamente rilanciato da Inarritu con Birdman, rende quasi magnetico questo detestabile personaggio dalla lingua biforcuta e dalla sfacciata perseveranza. Un uomo che dopo decenni di insuccessi è davvero pronto a tutto pur di capitalizzare al massimo una scoperta tanto rivoluzionaria, a tal punto da stritolare i due legittimi proprietari. 

La curiosità di The Founder, infatti, sta proprio sul punto di vista scelto da Hancock, che lascia i due fratelli McDonald sullo sfondo, concentrando tutta la propria attenzione su colui che sfruttò quel nome creando il marchio. Senza Ray Kroc, probabilmente, non avremmo mai avuto McDonald's e lo stesso concetto di fast food, incredibile ma vero, avrebbe seriamente rischiato di rimanere legato ad un minuscolo chiosco di San Bernardino. Un film sul capitalismo moderno, in cui qualità e dipendenti vengono sempre e solo dopo il Dio profitto, qui plasticamente rappresentato da un Keaton in grande spolvero, emblema del successo da agguantare attraverso la propria determinazione. Costi quel che costi. Un vero e proprio guru dell'imprenditoria che tra inciampi e colpi di fortuna, colpi di fulmine e inganni, ha segnato un'epoca.

Didascalico nella sua rappresentazione e registicamente 'piatto', The Founder vive grazie alla prova d'attore di un Keaton assoluto mattatore e alla cinica e dettagliata sceneggiatura di Robert Siegel, riuscito a ricostruire pezzo dopo pezzo una storia ai più sconosciuta e proprio per questo dannatamente intrigante. A pesare sul racconto la mano troppo poco incisiva di un regista probabilmente telecomandato da Harvey Weinstein nel soppesare con il bilancino qualsiasi possibile eccesso, con il resto del cast tenuto al guinzaglio e all'ombra dell'indiscusso protagonista Michael. A pagarne più di tutti le conseguenze l'immensa Laura Dern, prima moglie di Croc a cui Hancock e Siegel affidano pochi minuti di imbarazzato, depressivo ma dirompente silenzio.

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giovedì 4 maggio 2017

Barriere


L 'opera teatrale vincitrice del premio Pulitzer prende vita sul grande schermo in Barriere (Fences), con Denzel Washington che torna dietro la macchina da presa per dirigere il suo terzo lungometraggio. Due mesi dopo il primo trailer la Paramount ne ha rilasciato un secondo con nuovi filmati che mostrano la contrarietà del personaggio di Denzel Washington, Troy Maxson, al fatto che il figlio segua le sue orme come giocatore di baseball. Washington sta riprendendo un ruolo già interpretato nel 2010 a Broadway in un revival di questa rappresentazione teatrale, anche allora come in questo film l'attore ha recitato al fianco di Viola Davis.

Il lavoro teatrale originale di August Wilson (1945 - 2005) era il sesto di una serie di 10 opere note come "Pittsburgh Cycle". L'opera ha fatto il suo debutto a Broadway nel 1987 con James Earl Jones nel ruolo di Troy Maxson, un padre afroamericano che negli anni '50 lotta con le discriminazioni razziali negli Stati Uniti, mentre cerca di tirare avanti con la sua famiglia e venire a patti con gli eventi della sua vita.

L'opera teatrale era interpretata anche da Mary Alice nel ruolo di sua moglie Rose e Courtney B. Vance come il loro figlio Cory. lo spettacolo quell'anno oltre a vincere il Premio Pulitzer venne premiato con 3 Tony Award come miglior opera teatrale e migliori interpreti (James Earl Jones e Mary Alice) con un ulteriore candidatura per Courtney B. Vance.

Il revival del 2010 ha guadagnato in tutto 10 nomination ai Tony che includevano candidature sia per Denzel Washington che Viola Davis e per il Miglior Revival. Il drammaturgo August Wilson è accreditato per la sceneggiatura di questo adattamento cinematografico che ha iniziato la produzione a Pittsburgh in Pennsylvania alla fine di aprile ed è previsto in uscita negli States il giorno di Natale e nei cinema italiani dal 23 febbraio 2017.
Universal Pctures ha reso disponibile un primo trailer taliano di Barriere (Fences), il dramma diretto e co-prodotto da Denzel Washington, basato su una sceneggiatura di August Wilson e ispirato all'opera dello stesso Wilson vincitrice del premio Pulitzer e del Tony Award.

Il film è interpretato dallo stesso Denzel Washington con Viola Davis, Jovan Adepo, Stephen McKinley Henderson, Russell Hornsby, Mykelti Williamson e Saniyya Sydney. Washington e la Davis sono stati anche i protagonisti della versione teatrale del 2010.

Barriere si svolge negli anni '50 e ruota attorno a Troy Maxon, un afroamericano ex star del baseball che ora lavora come spazzino. L'equilibrio costruito dall'uomo all'interno della sua famiglia va in pezzi quando il figlio Cory disubbidisce al padre e si presenta ad un provino per il football che potrebbe portarlo a vincere una borsa di studio per un'università. Troy non vuole che il figlio si avvicini al mondo dello sport temendo che possa essere scartato per il colore della sua pelle com'era successo a lui anni prima.

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martedì 25 aprile 2017

Sleepless - Il giustiziere


Cosa succede quando prendi uno degli action più celebrati, quantunque misconosciuti, degli ultimi anni e lo fondi con un’idea di genere che appartiene a un’altra epoca (Die Hard, anyone?)? Succede che ottieni Sleepless - Il giustiziere, remake di Nuit blanche, film d’azione francese del 2011 che viene spostato tra le vuote meraviglie desertiche di Las Vegas, con un protagonista tutt’altro che avulso a ruoli del genere, ossia Jamie Foxx.

Il regista Baran bo Odar, approdato da queste parti presumibilmente grazie a Who Am I, rimane schiacciato dalla morsa hollywoodiana, che da svariato tempo a questa parte manifesta una particolare predilezione per thriller stanchi, essenzialmente perché scritti male. I limiti di Sleepless stanno tutti lì, c’è poco da fare. Vincent è un poliziotto separato dalla moglie che, per arrotondare, ha recentemente sottratto un bel po’ di cocaina alla persona sbagliata; la scelta si rivela infelice a prescindere da qualsivoglia connotazione morale, bensì nella pratica del rapimento del figlio di Vincent, proprio sotto i suoi occhi.
Chi avesse colto elementi riconducibili a Taken ne avrebbe ben donde: non tanto quello immediato, ossia l’operazione di recupero che immediatamente s’innesca, quanto piuttosto la congerie di situazioni estreme, forzate all’inverosimile, attraverso le quali si snoda questa caccia ai rapitori. Il film mantiene l’unità di tempo, svolgendosi perciò gli eventi in un arco ristretto, all’incirca ventiquattr’ore. A differenza della saga che ha fatto di Liam Neeson la parodia di sé stesso (poi è arrivato A Walk Among the Tombstones e l’allarme è almeno in parte rientrato), qui emerge anche qualche sottotrama, come quella che coinvolge l’agente degli Affari Interni Jennifer Bryant (Michelle Monaghan) ed il suo partner.

Ruolo tutt’altro che secondario quello della Monaghan, qui chiamata a quasi bilanciare il peso che ha nell’economia della trama il personaggio di Foxx. Ed è un po’ il tentativo, forse, di compensare la debolezza di Sleepless sul fronte che più compete all’originale, dal quale questo di Odar si discosta dunque non solo per lingua e ambientazione. Tuttavia non vorrei che si fosse fuorviati dal paragone, dato che i difetti dell’operazione non emergono certo dal confronto: Sleepless non regge di per sé, senza scomodare nessun altro.
E lascia ancora perplessi come quella di Foxx continui ad essere una carriera altalenante, contraddistinta da film notevoli e sonori scivoloni. Non si spiega perché nella maggior parte dei casi trattasi di progetti che convincono poco già sulla carta, come avviene in relazione a questa sua ultima partecipazione. Rivolgere la propria attenzione su una presunta inadeguatezza di Las Vegas lascia il tempo che trova, non dopo il recente Bourne di Greengrass, che ha trasformato la città in uno sfondo più che accettabile per il matto inseguimento finale.

Sleepless, il rifacimento, rimane invece a metà strada: vuole prendere le distanze dall’originale integrando una scomoda oltre che raffazzonata traccia narrativa “forte”, depotenziando però la sua propensione allo spettacolo, componente che invece andava curata con maggiore attenzione. Sciocco perciò sul fronte dei temi sgangheratamente evocati, tutt’altro che su di giri, debole sul fronte che da solo poteva risollevarlo, ossia quello coreografico, per così dire. E si arriva all’epilogo stremati, tenuti a distanza da uno sviluppo il cui prevedibile climax ha ancora meno senso di come lo s’immagina, se non altro per come si manifesta, ché la gestione lascia tiepidi già in corso d’opera. Audace, da parte degli autori, l’aver lasciato la porta aperta ad un potenziale ancorché insensato sequel.

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sabato 15 aprile 2017

Silence


C’è un aspetto di Silence che per alcuni sarà emerso o emergerà, mentre ad altri resterà irrimediabilmente precluso. Non si tratta di fiuto o capacità di elaborazione in senso stretto; il punto è che nell’ultimo film di Martin Scorsese vengono chiamate in causa questioni teologiche fondamentali, immediate solo per chi ha alle spalle un retaggio vagamente cattolico o una certa propensione verso determinate tematiche. Per introdurci all’argomento sarà indispensabile guardare ad un personaggio, il cui ruolo è centrale nell’ambito di questa parabola, ossia Kichijiro. È perciò evidente che chi il film non l’avesse ancora visto potrebbe perdersi strada facendo, più che “rovinarsi” chissà quale sorpresa. Ad ogni modo, uomo avvisato mezzo salvato.

Kichijiro lo s’incontra praticamente all’inizio del film: è il Caronte di Rodrigues e Garupe, i due giovani gesuiti inviati dalla Compagnia di Gesù, sotto loro stessa insistenza, per capire che fine abbia fatto padre Ferreira, il loro maestro, e, se possibile, sostenere i pochi cristiani rimasti in Giappone. Lo vediamo disteso in un angolo, Kichijiro, esteriormente devastato, nascosto alla luce, che su di lui non batte: un espediente cinematografico che risale al bianco e nero, se vogliamo, in un’epoca in cui l’assenza di colori consentiva (per non dire imponeva) il ricorso a certe misure visive che stessero lì ad indicare molto più di quanto si potesse esprimere a parole. Come se non bastasse, lo sguardo di Kichijiro è perso nel vuoto, smarrito, mentre farfuglia parole; quando viene definito “cristiano” dalla persona che l’ha messo in contatto con i due portoghesi, lo spaesato Kichijiro rifiuta categoricamente l’appellativo, altresì affermando di voler tornare a casa, dalla sua famiglia. Scopriamo più avanti che la sua famiglia è stata sterminata dagli emissari del governatore Inoue in quanto cristiani. A quale casa allude perciò il nostro? Quale famiglia? Ci torneremo alla fine.

Tale personaggio rappresenta una presenza costante, per quanto discreta: si sarebbe portati a pensare, non senza ragioni, che il protagonista sia padre Rodrigues, non fosse altro per la voce fuori campo, la sua, che in più occasioni riporta pensieri e sentimenti, oltre all’essere presente praticamente in quasi tutte le scene. Ma fare cinema è tanto l’Arte del mostrare quanto quella del celare, del nascondere alla vista, e Scorsese, da maestro qual è, applica verosimilmente tale principio, specie nell’ambito di un’opera che si presta particolarmente a tale approccio. Kichijiro entra ed esce dalla scena in maniera maldestra, scoordinata; non lo si vede per un po’ magari, eppure arriva, immancabile, il momento in cui in qualche modo ce lo si ritrova tra i piedi. Come mai?
Nessuna forzatura, niente Deus ex machina da parte dello sceneggiatore: semplicemente è lui, questa figurina dagli occhi a mandorla, a tornare per scelta propria, attirato dai due gesuiti come fossero per lui una calamita. Ma come? All’inizio Kichijiro non era quello che risolutamente ha negato di essere cristiano, ubriaco e devastato in quell’angolo semibuio? Non ci sarà bisogno di giungere al seppur eloquente epilogo per capire di cosa si tratta. Farà anche sorridere, ma tutte le volte che Kichijiro entra in scena, goffo, consapevole di stare mettendo a repentaglio la propria vita, va da Rodrigues e chiede una cosa ed una soltanto: «padre, mi confessi!». Secondo una tesi manifestata dal governatore Inoue nell’ambito di una delle dispute verbali con Rodrigues, il cristianesimo non avrebbe mai potuto attecchire in Giappone perché quest’ultima è una palude, dove non può crescere nulla; tesi ribaltata da Rodrigues, secondo cui, al contrario, non esiste terreno poco o addirittura per nulla fertile affinché il messaggio della Chiesa possa attecchire, dunque semmai è stato l’operato del governatore ad avere impedito che tale messaggio fosse diffuso e portasse frutto.

Kichijiro, in questo senso, è proprio quel frutto, forse il più luminoso dell’operato dei missionari. È evidente che Scorsese empatizzi particolarmente con questo personaggio, in cui vede la condizione non semplicemente dell’uomo, ma più precisamente del colui che ha Fede. Questo strambo giapponese che sistematicamente acconsente senza fiatare agli atti di apostasia ai quali viene costretto dalle guardie che perseguitano i cristiani, calpestando un numero sempre più cospicuo d’immagini sacre, tuttavia non si dà pace. E ritorna, devastato dalle sue azioni, dalla sua inadeguatezza, nondimeno pronto a riconoscere di avere sbagliato e di non meritare il perdono. Un atteggiamento del genere, così ostinato, arcigno, per molti incoerente, ha un senso solo se letto in prospettiva cattolica. La Chiesa ha sempre incoraggiato una tale ostinazione, a dispetto della debolezza dell’uomo, che sa essere imperfetto e bisognoso di aiuto. Fin qui la Chiesa, con i suoi santi e sante al seguito.

Ma come cogliere il pentimento, specie a fronte di ripetute cadute? E soprattutto, fino a che punto è ammissibile il “reintegro” di una persona che si macchia costantemente del medesimo peccato, cadendo sempre nello stesso errore? Padre Rodrigues ha addirittura modo di assistere agli atti di apostasia commessi da Kichijiro proprio nel loro compiersi, il che, ai suoi occhi, rende l’assoluzione mediante Confessione ancora più ardua, prestando il fianco a scrupoli di coscienza tremendi. Nondimeno, il nostro sa che il perdono viene da Dio e che alla Chiesa spetta solo amministrarlo, costringendo i suoi ministri a non soggiacere alla propria natura, ovvero certi loro ragionamenti, viziati a loro volta dalla debolezza di cui sopra: per quanto umanamente deprecabile, un peccatore che torna sinceramente ad attingere a quella fonte di Grazia infinita che è il sacramento della Riconciliazione, dunque dispiaciuto e consapevole del danno commesso, va ascoltato ed assecondato in quel suo desiderio di riconciliarsi con Dio, incarnato in Colui che esortò a perdonare «settanta volte sette».
Il cattolico è esattamente quella cosa lì, ovvero un mascalzone che sa quanto sia irrilevante la sua debolezza ai fini del perdono, mentre invece tutto si gioca nell’ambito del pentimento e del desiderio di emendarsi attraverso quella che un tempo veniva chiamata espiazione, col conseguente proposito, va da sé, di non cedere più per quanto sta alla propria volontà. Una cultura che ha stupidamente traslato il cosiddetto peccato originale dall’uomo alla società, già a partire da Rousseau, è chiaro che non riesca, non dico a tollerare, ma anche solo a comprendere la profondità di un simile mistero. Non a caso in quell’andirivieni di ‘sto povero sfigato di Kichijiro cogliamo la componente comica: a farci ridere è sopratutto la sua incoerenza, quella di uno che, in mezzo a tanti martiri, ci mette un attimo a calpestare immagini sacre, per poi tornare dal prete a chiedere perdono.

Perché dunque cattolico, Kichijiro? Semplice. Perché a lui non basta l’essere dispiaciuto e contrito per i suoi atti, che riconosce essere “sbagliati”, bensì ritiene indispensabile passare dall’assoluzione sacramentale, e per ottenerla è disposto a farsi catturare dagli stessi da cui fino a un attimo prima era scappato. Capite? In un'epoca in cui anche i cosiddetti ideali sono stati oramai mandati al macero, a fronte di esistenze per lo più tranquille ed in cui i problemi sono altri, come far capire che esisteva un mondo in cui qualcuno reputava a tal punto vitali cose come la propria Fede dal rischiare la vita per esse? Per essere toccati dalla portata esistenziale di un simile atteggiamento non c’è mica bisogno di conoscere il Catechismo o chi per lui, basta scendere a compromessi col proprio pregiudizio, per quanto alle volte ineludibile e finanche sano. Bisogna estendere i confini della propria curiosità, o almeno provarci. Scorsese, da ex-cattolico qual è, si domanda: siamo sicuri che la Grazia e il perdono abbisognino di un’Istituzione, qualunque essa sia, per raggiungerci?
A tale quesito il regista potrebbe avere già risposto anni or sono, ma ciò non gli impedisce di continuare la propria ricerca, mettendo sé stesso e la propria consapevolezza entrambi in discussione. Non a caso per il personaggio di Kichijiro si scorge compassione, quasi empatia, a dispetto di un trattamento che tende a ridimensionarlo, quasi che Scorsese ci suggerisse che in fondo Kichijiro sia vittima di un’errata percezione. Tuttavia la cosa non emerge chiaramente, e Scorsese fa un po’ come il Dio di Pascal, ossia lascia abbastanza ombre per dubitare quanta luce per credere. Pochi dubbi si hanno invece sulla casa alla quale il cialtrone Kichijiro intende tornare, ossia quella dei battezzati, la Chiesa: come si faceva un tempo coi più piccoli, a lui hanno insegnato che extra ecclesia nulla salus, perciò è inutile accumulare parole e concetti a fronte di quella che viene percepita come una verità lampante. È la Fede ad attrarre Kichijiro, in un tira e molla in cui al lato opposto della corda troviamo tutto quel ventaglio di fattispecie troppo umane che vanno dalla paura alla codardia, passando dalla superbia. Non per niente è sua la frase che, volendo, condensa in poche parole il senso del film: «Dov’è il posto per un debole come me in un mondo come questo?».

A questo punto la tentazione di vedere in Silence una critica generica alla libertà religiosa, dunque d’espressione, dovrebbe esercitare meno presa. L’ultima fatica del regista italo-americano si focalizza su una fattispecie piuttosto specifica, le cui implicazioni, come rilevato in apertura, non sono accessibili universalmente; nonostante ciò, non si parla di alieni bensì di persone, la cui parabola redentiva è perciò applicabile e fruibile da tutti nelle sue implicazioni di carattere esistenziale. Quello dei missionari mandati dall’altra parte del mondo, in un periodo in cui viaggiare significava ancora poterci rimettere la pelle, per evangelizzare popolazioni ignare di quanto era accaduto in Europa nei secoli precedenti è un fenomeno anzitutto umano, dopodiché religioso. E come tale, non serve condividerlo, averne fatta esperienza, per valutarne l'entità. Parlare di coraggio quando ti chiami Scorsese lascia probabilmente il tempo che trova, ma è vero che un film così fuori moda e tendenzialmente provocatorio, a dispetto delle ben più innocue intenzioni del regista, apre uno squarcio notevole, proprio perché a promuoverlo è un cineasta affermato e mainstream come Scorsese. Lo spirito del tempo si muove ma non sempre va dove c’immaginiamo; un giorno, guardandoci indietro, chissà che non tocchi far risalire proprio a Silence, magari subito dopo a The Tree of Life, il cambio di rotta, o quantomeno un primo tentativo dopo decenni di scoraggiante vuoto.

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giovedì 6 aprile 2017

Accedi | Registrati Lego Batman - Il film


Lo spin-off di The Lego Movie

L'idea di portare i mattoncini Lego al cinema poteva sembrare una follia senza senso solo a chi non sappia come si sia mossa l'azienda negli ultimi decenni. Lego non sono più solo scatole di costruzioni, la compagnia ha anche stretto una serie di accordi di partnership per la gestione dell'immagine di importanti saghe cinematografiche (Guerre Stellari, Harry Potter, Il Signore Degli Anelli, ecc.). Il primo risultato sono stati una serie di set di costruzioni a tema, dal Millennium Falcon a Hogwarts fino alla tana di Bilbo, poi è arrivato il resto.

Lego si butta nel mondo dei videogiochi con i personaggi del cinema più noti
Dai set a tema Lego si è buttata nel mondo dei videogiochi sempre con i personaggi del cinema più noti, spostando lì alcuni dei suoi meccanismi e iniettando un'inedita componente narrativa. Le versioni "Lego" di Batman, degli Avengers, di Harry Potter e via dicendo sono diventati personaggi giocabili di avventure autoironiche. A questo punto il salto verso il lungometraggio animato non è più così assurdo e diventa più un adattamento di un videogioco che di una linea di giocattoli. La catena è importante perché è la maniera in cui è stata fondato non tanto un universo narrativo quanto una personalità ben precisa. Le storie dei personaggi in versione Lego sono caratterizzate da toni tutti loro. Per dirlo in maniera più chiara, il Batman della Lego non somiglia per niente al Batman dei fumetti o del cinema, a nessuna delle sue versioni, e lo stesso vale per gli altri. Hanno personalità differenti e vivono avventure completamente differenti, molto più parodistiche, leggere e finalizzate alla risata.


Il grande successo e l'importanza di Batman Lego

È sembrato allora logico che per il passaggio al cinema l'operazione fosse stata affidata a due artisti del metacinema come Phil Lord e Chris Miller (Piovono polpette, 21 Jump Street). Il successo è fortunatamente arrivato e copioso. Ma il vero successo all'interno del successo è stato quello di Batman, personaggio che già nei videogiochi aveva dimostrato di avere una personalità superiore agli altri e che nel film è spiccato di conseguenza, tanto da meritarsi un lungometraggio tutto proprio, diretto da Chris McKay, il supervisore all'animazione del film principale. Tale è l'importanza di questo Batman Lego che la Warner Animation Group, per fargli strada e non offuscare l'attesa del suo film, ha rimandato a data da destinarsi il sequel di Lego The Movie. Proprio questo rimando in avanti però potrebbe far sì che il film, contrariamente a quanto annunciato prima che arrivasse l'idea dello spin-off su Batman, potrebbe essere diretto nuovamente dalla coppia Lord/Miller.
Parte del successo del Batman Lego, assieme al suo fare spaccone e vanaglorioso, viene poi dal doppiaggio di Will Arnett, attore di commedia di media fama, seconda linea del cinema che in carriera può vantare di aver fatto parte della banda di Arrested Development, serie tv cinica e inventiva dei primi anni 2000 che ha lanciato tantissimi attori prima sconosciuti. Proprio uno di questi, Micheal Cera, è stato scelto per dare voce al Robin Lego, che in questo film fa il suo debutto come un orfano che Batman decide di "adottare", facendogli paradossalmente da padre.
Invece la nemesi principale del film, nonchè villain più noto della storia di Batman, ovvero il Joker, avrà la voce di un altro nome noto della commedia recente Zach Galifianakis. L'idea sembra quindi essere chiara: lavorare sia sul piano dell'azione (i cartoni Lego sono caratterizzati da un umorismo che viene dai movimenti rapidi e scattosi dei personaggi) che su quello di una dizione e dei tempi comici impeccabili.

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lunedì 27 marzo 2017

Les Ogres


Il rapporto con la realtà può creare problemi anche alla più esuberante compagnia di teatro itinerante, con un tenda per bagaglio e parecchi chilometri di strada sulle spalle, insieme agli spettacoli che portano sogni e scompiglio nelle esistenze che incontra.

Compagnie vivaci come quella portata sul grande schermo da Les Ogres (Ogres, Francia, 2015) diretto da Léa Fehner e sceneggiato con Catherine Paillé e Brigitte Sy.

La compagnia del Davaï Théâtre mette in scena Chechov viaggiando di città in città con il proprio tendone da circo: una turbolenta tribù di artisti nella quale il lavoro, i legami familiari, l’amore e l’amicizia si mescolano con veemenza, scavalcando i confini tra la finzione del palcoscenico e la vita reale.

Les Ogres (Léa Fehner)
Un bambino in arrivo e il ritorno di una ex amante riapriranno però vecchie tensioni che la regista francese mette in scena con tutta la verve che ha già incantato gli spettatori di diversi festival, grazie alla complicità di un cast collaudato che conta i famigliari François Fehner e Inès Fehner, insieme ad Adèle Haenel, Marc Barbé, Lola Dueñas, François Fehner, Marion Bouvarel, Philippe Cataix e Christelle Lehallier.

Dopo il pluripremiato intreccio di esistenze dietro le sbarre di Qu'un seul tienne et les autres suivront (o Silent Voice), il secondo lungometraggio di Léa Fehner, prodotto da Philippe Liégeois per Bus Films con France 3 Cinéma e venduto nel mondo da Pyramide International, dopo aver vinto il Premio del pubblico ai Festival di Rotterdam e PesaroFF52, insieme al Premio Lino Micciché al Festival di Pesaro 2016, arriva nelle nostre sale con la Distribuzione indipendente di Cineclub Internazionale, da giovedì 26 gennaio 2017.

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sabato 18 marzo 2017

La bella e la bestia



Il live action de La Bella e la Bestia, una storia millenaria e universale di adempimento dell'essere. Una donna e una bestia capaci di assumere in pienezza la polarità dei propri sentimenti

La bella e la bestia ha origini antiche. Narrato da Apuleio, il mito di Amore e Psiche prende forma letteraria nella raccolta di novelle di Giovanni Francesco Straparola ("Le piacevoli notte", 1550), fino ad arrivare all'elaborazione canonica di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (1740), che riduce la versione di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve e la trasforma nella favola moderna che tutti conosciamo. A partire dall'adattamento onirico di Jean Cocteau, che abbraccia la componente edipica della favola originale, La bella e la bestia genera traduzioni, tradimenti, rivisitazioni, omaggi e persino una 'lettura' erotica diretta nel 1977 da Luigi Russo. A ogni nuova trasposizione la domanda si ripete spinosa: come gestire l'eredità? 


L'arrivo sul grande schermo

Nel 1991 la Disney risponde con un film di animazione consapevole della derivazione colta. Diversamente da La sirenetta, in cui la favola di Andersen è un mero spunto letterario, La bella e la bestia mantiene inalterata la trama e presenta una galleria di oggetti e personaggi dalla forte carica simbolica, che illuminano il viaggio iniziatico di Belle. Scrittori, produttori, tecnici dell'animazione, tutti sembrano stregati dalla forza esemplare di questa favola tradotta con cura dalla Disney attraverso i personaggi e i corpi, i movimenti e le geometrie coreografiche. All'interno di inquadrature costruite come nel cinema dal vero, Gary Trousdale e Kirk Wise introducono un'eroina sensuale, piena di vita e amante della lettura, un omaggio evidente alla Katharine Hepburn di Piccole donne. In un connubio tra fiaba e tecnologia, la computer graphic compie il miracolo di un valzer che ha una straordinaria adesione al reale e produce la scintilla di erotismo che rende la passione di Belle per la Bestia profonda e complessa. Ventisei anni dopo, la Disney apre le danze e riapre la suggestiva sala da ballo, realizzando la versione live-action del suo capolavoro animato. Dal décor ai personaggi, passando per i costumi e la musica, La bella e la bestia di Bill Condon sembra ricalcare il disegno animato conducendoci per mano e sui passi di Belle al castello di un principe che la vanità ha condannato a vivere recluso. Nel teaser, una musica familiare e malinconica spalanca le porte di un luogo abbandonato e isolato. Belle appare furtivamente e sfiora una rosa rossa, simbolo di bellezza e di questa magica storia d'amore. L'alchimia appassionante tra una bella e una bestia. Diretto da Bill Condon, La bella e la bestia vanta un cast d'eccezione. A contendersi il cuore di Belle, incarnata dalla grazia di Emma Watson, saranno Dan Stevens, principe che ha imparato le buone maniere a Downton Abbey e che innamorerà il cuore di Belle, e Luke Evans, arciere charmant in Lo Hobbit che mancherà il cuore di Belle. 
Tra la Bestia e Gaston, tra il villaggio e il castello, si svolge il percorso di emancipazione di una fanciulla legata al padre da un sentimento fusionale da cui l'emanciperà l'amore. Fanno corona Ewan McGregor e Stanley Tucci, Emma Thompson e Ian McKellen, che prestano la voce a candelieri e pianoforti a coda, teiere e pendole, improvvisandosi chansonnier sulle note di Alan Menken, che per l'occasione 'riabilita' le parole censurate nel 1991 nella hit di Gaston. Al celebre compositore, già autore della colonna sonora e delle arie-faro che hanno incantato la generazione degli anni Novanta ("La canzone di Gaston", "È una storia sai"), Bill Condon ha chiesto di scrivere tre nuove canzoni. A suo agio col film musicale (Dreamgirls) e col fantastico romanzesco (Twilight - Breaking Dawn), l'autore potrebbe bissare il successo animato e doppiare la versione barocca di Christophe Gans, interpretata da Léa Seydoux e Vincent Cassel, in curioso equilibrio tra emozioni e distanza.
La morale della favola 
Il sentimento nascente tra una giovane donna e un principe mutato in bestia sottolinea, proprio come in un racconto morale, il valore della bellezza interiore e la necessità di andare oltre le apparenze. Il motivo della metamorfosi del mostro in principe attraverso le prove d'amore dell'essere amato è comune a numerosi racconti, tuttavia la favola di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve non può essere ridotta al romance, il suo senso supera l'intrigo amoroso. La bella e la bestia è soprattutto un viaggio iniziatico che risolve l'irriducibile dualità dell'essere in un'armoniosa riunione delle sue multiple dicotomie: bestialità/bellezza, corpo/spirito, maschile/femminile, chiaro/scuro, sole/luna. E ancora. La favola non manca poi di assegnare il posto legittimo alla figura essenziale del padre di Belle, meno visibile della coppia Bella/Bestia ma altrettanto indispensabile alla comprensione globale del testo. Col genitore la dualità si fa trinità. Più profonda dell'incontro amoroso, più grande dello scenario edipico, la triade illustra i tre volti dell'essere umano: corpo, anima, intelletto. L'energia archetipica della favola non sfugge all'équipe Disney, in cui il ruolo del padre è rilevante. In un'ottica di molteplici letture e senza la pretesa di possedere l'interpretazione 'giusta', possiamo tentare una riflessione simbolica de La bella e la bestia a partire dall'adattamento del film realizzato dallo studio Disney nel 1991. Ma andiamo con ordine. E non per forza in ordine di apparizione. 
Belle incarna l'anima, intesa in senso spirituale e non religioso. Belle è l'intuizione superiore irriducibile al mondo fenomenico, nel quale vive ma da cui si eleva per tendere all'assoluto. Fin dalla prima canzone ("Bonjour"), la protagonista dichiara di sentirsi prigioniera in un villaggio in cui gli abitanti, presi dalle loro preoccupazioni quotidiane, vivono vite ordinarie. Belle ne vuole una straordinaria, una vita come quella che legge nei romanzi, porte aperte sul mondo spirituale che vorrebbe condividere ma il villaggio moltiplica gli ostacoli alla lettura. Belle non rinuncia e seduta alla fontana prova a istruire un gregge di montoni. Il significato del 'quadro' è eloquente e anticipa l'entrata in scena di Gaston, spaccone che regna sul villaggio e si specchia in una padella d'argento, simbolo degli appetiti materiali del personaggio. La sua rozza domanda di matrimonio rende imperioso il desiderio di altezza di Belle che lancia il suo appello all'universo. E il cavallo Philippe risponde, conducendola al castello, dove il suo desiderio di trascendenza si compie. Prigioniero nel castello c'è Maurice, il padre di Belle, inventore che incarna il livello intermedio della coscienza, ponendosi tra l'attitudine spirituale della figlia e l'animalità puramente terrestre della Bestia. Maurice permette a Belle di realizzare il sogno, di lasciarsi alle spalle un mondo esclusivamente materiale. È lui che infila per primo la foresta, lo spazio dove comincia il percorso iniziatico di Belle. Al suo arrivo al castello, luogo dell'inconscio profondo che rivela immediatamente la sua attitudine, Maurice prova a capire come funziona Tockins, la pendola simbolo del tempo. Il suo scacco, allegoria dell'impossibilità della scienza di comprendere l'inconoscibile (qui l'origine del Tempo, dei tempi, del mondo), ribadisce l'impraticabilità dell'impresa per l'intelletto senza intuizione (Belle). La sua irruzione poi nella taverna e il tentativo infruttuoso di chiamare il villaggio in aiuto di Belle è ancora una volta rivelatore della banalità del mondo fuori.
Un mondo talmente affondato nella propria materialità ottusa da non poter sopportare gli slanci autenticamente umani (Maurice è deriso e rigettato, buttato letteralmente fuori dal locale). Belle e il padre sono incapaci di reagire in faccia al villaggio che decide stoltamente di incendiare il castello. Spirito e intelletto restano insomma impotenti senza la forza vitale incarnata dalla Bestia. È lui il corpo compreso degli istinti dell'uomo e della sua dimensiona materiale nel senso più largo. Divenuta totalizzante e privata del limite, la carne scarica sulla favola una brutalità pura e fa del principe una creatura di sola bestialità. Il suo aspetto diabolico sparge un vento gelido, la sua ombra massiva e cornuta riflette le passioni perverse che deformano la sua anima e la condannano all'istintività. Il pelo bruno e la cappa rossa esaltano la violenza profondamente radicata in lui. Fragile speranza, i suoi occhi, finestre dell'anima, conservano l'azzurro della rinascita. E in quello sguardo Belle guarda e pesca il balzo vitale, corrotto ma non crudele, della Bestia che impara a educare la sua forza, a impiegarla quando e dove è necessaria (contro i lupi e contro Gaston), a orientarla in senso positivo, conciliandosi con la propria umanità e lasciando ripartire Belle e suo padre.
Con quel gesto la Bestia salva lo spirito (Belle) con cui vivrà in armonia dopo l'inverno. La stagione che rallenta il mondo e gli permette di recuperare progressivamente l'abilità umana, soddisfacendo i primi bisogni dell'anima (riprendere a leggere). L'amore tra Belle e la Bestia esprime la necessità per ciascuno di noi di accettare le proprie manchevolezze. La Bestia accoglie in sé la spiritualità di Belle che rappresenta la sua alterità, Belle accetta di amare la Bestia per quanto profondamente altro. Allo stesso modo la relazione tra Belle e la Bestia non significa la sparizione del padre ma piuttosto la fine della sua esclusività. La favola svolge allora il risveglio della coscienza, accordando nell'epilogo le tre componenti dell'essere. E forse è proprio questo il segreto del successo de La bella e la bestia. Una storia millenaria e universale di adempimento dell'essere. Una donna e una bestia capaci di assumere in pienezza la polarità dei propri sentimenti.

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martedì 7 marzo 2017

L'ora legale


Un documento divertente e in qualche modo coraggioso del momento storico-politico che l'Italia sta attraversando, sospeso tra paura e speranza

Salvo e Valentino sono cognati e vivono a Pietrammare, paesino della Sicilia dove gestiscono insieme un chiosco sulla piazza principale. Il marito della sorella di Valentino, a sua volta sorella della moglie di Salvo, è Pierpaolo Natoli, un professore di liceo dagli elevati valori morali e la condotta integerrima. Pierpaolo si candida a sindaco di Pietrammare contrapponendosi a Gaetano Patanè, il primo cittadino in carica, un concentrato di corruzione e malaffare: vuole proporre un cambiamento radicale che metta fine al degrado etico ed estetico che Patanè ha incoraggiato nel paese. A sorpresa, i compaesani votano Natoli sindaco, ma una volta eletto questi esigerà il rispetto assoluto delle regole: e si sa, in Italia chi invoca la legalità lo fa sempre riferendosi agli altri, mai a se stesso. Salvo e Valentino rappresentano bene la popolazione di Pietrammare: da una parte i molti, come Salvo, che nel malcostume ci sguazzano, traendone il proprio piccolo o grande tornaconto; dall'altra i pochi come Valentino che vorrebbero un paese migliore, più onesto e rispettoso del prossimo. Ma i due cognati scopriranno di essere meno diversi di quanto pensassero perché quella verso la legalità è una strada in salita, soprattutto per chi non è mai stato abituato a percorrerla.
Salvatore Ficarra e Valentino Picone aggiungono un altro tassello alla loro filmografia di autori, registi e interpreti di racconti comici del malcostume italiano (spesso specificatamente siciliano) con un intento civico superiore a quello della commedia italiana media contemporanea, ma mai eccessivamente graffianti e poco inclini ad antagonizzare il proprio fedele pubblico. L'ora legale da un lato affronta di petto il tema "caldo" di un'Italia ingovernabile a cominciare dal basso, dall'altro assesta un colpo al cerchio e uno alla botte nel momento in cui, ad esempio, caratterizza Pierpaolo (interpretato da Vincenzo Amato con insolita inespressività) come anonimo e incolore, ben lontano da un carismatico Barack Obama seppure in sedicesimo, mentre Salvo (Ficarra) è pirotecnico e irresistibile, un Lucignolo per cui è impossibile non provare simpatia.
È inquietante anche la tempistica dell'uscita de L'ora legale. Da un lato arriva un anno dopo il successo di Quo vado?, cui il dream team di sceneggiatori composto, oltre che da Ficarra e Picone, da Edoardo De Angelis (regista di Perez e Indivisibili), Nicola Guaglianone (sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot) e Fabrizio Testini (storico sodale del duo palermitano ma coautore, fra gli altri, anche di Checco Zalone), sembra essersi adeguato in corsa. Dall'altro risente dell'eco dei recenti accadimenti politici che, come sempre nell'Italia dei nostri giorni, superano di gran lunga l'immaginazione e la vis comica degli autori cinematografici. L'ora legale appare dunque indeciso fra appoggiare la vocazione civile di Pierpaolo o criticarne l'eccessiva rigidità, fra promuovere il cambiamento o depotenziarne l'ideologismo radicale, e si muove fra populismo e satira sociopolitica con più ambiguità che convinzione. Il risultato è comunque divertente e in qualche modo coraggioso, ha la grazia che caratterizza tutti i film di Ficarra e Picone, e pone una domanda importante: che Paese vogliamo essere? Siamo davvero pronti per un mondo dove le regole vengono rispettate da tutti, noi compresi? E ancora, per citare una battuta del film: l'Italia, l'onestà, se la può permettere? L'ora legale resterà in ogni caso un documento del momento storico-politico che stiamo attraversando, sospeso tra paura e speranza, tra la curiosità e il timore di scoprire qual è Italia che ci meritiamo davvero.

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lunedì 27 febbraio 2017

xXx: il ritorno di Xander Cage

Spaccone ed esagerato, ma innocuo, col sorriso sulle labbra. Il personaggio di Xander Cage torna dopo 15 anni e conferma la sua filosofia
Gibbons sta giusto dissertando sull'estrema necessità, per la sicurezza mondiale, del programma xXx quando un satellite atterra su di lui e lo fa fuori. Qualcuno, tra i potenti della Terra, ha per le mani un oggetto che passa sotto il nome di Vaso di Pandora e che può colpire ogni luogo, in qualunque momento, facendo precipitare i satelliti come fossero missili. La NSA, nella persona di Jane Marker, ricorda il piano di Gibbons e richiama in missione Xander Cage e la sua squadra di strani ma duri. Quando, però, Xander e compagnia piombano sui supposti nemici, nelle Filippine, scoprono che si tratta di altri xXx come loro, e che il vero cattivo sta in realtà da un'altra parte.
Il ritorno di Vin Diesel nel ruolo di un appassionato di sport estremi che può diventare la più potente macchina da guerra, a patto di stare dalla parte giusta e di essere circondato di belle donne, è annunciato da una colonna sonora più che eloquente, sui titoli di testa: una specie di ininterrotto jingle, sparato a volume altissimo, che fa bum-bum-bum. È la xXx filosofia: forte, elementare, un po' ridicolo. Il protagonista fa dunque il suo ingresso in scena su uno skateboard lanciato a tutta velocità, braccato dalla polizia, dopo aver manomesso un'altissima torre delle comunicazioni per portare nelle baracche e nei poveri ritrovi del posto in cui si trova, la partita di pallone. È già un eroe: che di lì a poco salverà il mondo appare scontato.
Quindici anni dopo le scorazzate contro i russi e il finale in bikini avvinghiato ad Asia Argento, Vin Diesel arricchisce il suo personaggio di qualche ruga e di una sorta di aplomb per cui pare accettare la sfida quasi stancamente, salvo poi ammettere di vivere per quella roba lì, ovvero per trovarsi ad ogni momento sul filo della morte. Gli fa compagnia una squadra vincente, politicamente corretta nella varietà di gender e provenienza etnica: la bellezza di Bollywood, Deepika Padukone, la modella australiana Ruby Rose, quella bulgara Nina Dobrev, l'energumeno scozzese McCann, il "maestro" Donnie Yen, partner delle sequenze più mirabolanti. Ma la cifra del film e del personaggio è l'eccesso (non una X ma tre), dunque anche gli informatori, gli hacker più infallibili del pianeta, sono ragazze che sembrano uscite da un set pubblicitario e il prezzo che il nostro deve pagare, per ottenere ciò che vuole, gli impone di stare con tutte quante, tutte assieme.
Alla parodia involontaria dell'agente segreto, che faceva capolino in alcune scene del primo capitolo, si aggiunge ora quella degli Avengers, con Samuel L. Jackson nella medesima parte, e quella del recente remake di Point Break, film già di per sé notevolmente borderline. Ma Xander Cage non ha paura del ridicolo, ed eccolo allora politicizzarsi con la faciloneria che lo contraddistingue (né col governo né con i radicali, sempre e soltanto dalla parte di nessuno, o della compagna di turno), mentre combatte dentro un aereo militare in assenza di gravità per ottenere l'oggetto della discordia: un controller delle sorti globali grande come una vecchia videocassetta e costruito apparentemente dello stesso materiale, che si schiaccia sotto il piede come un grissino (ma dov'era finito l'addetto agli oggetti di scena?)
Un film così, anche se passa il suo tempo tra calci e bombe e pugni, non fa male a nessuno, né in scena né fuori. Il massimo che può, è fare simpatia.

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giovedì 16 febbraio 2017

Wonder Woman


Le avventure di Wonder Woman

In anni come i nostri, in cui l'eroismo è al centro del cinema di maggiore incasso e in cui gli eroi sono sempre meno uomini e sempre più donne, portatrici di un punto di vista, di un atteggiamento e proprio di un "eroismo" differente, l'arrivo sul grande schermo di Wonder Woman sembra più appropriato che mai.
La forza del personaggio è testimoniata dal suo successo praticamente immediato. Già nei suoi primi anni di vita (a partire dal 1941) era presente su quattro diverse testate, di cui solo una portava il suo nome. Creata da un fervente femminista come William Moulton Marston, le sue storie avevano toni inediti e mostravano atteggiamenti femminili impensabili per l'epoca. Per questo motivo le sue pubblicazioni sono state duramente represse, mutate e anche chiuse almeno fino agli anni '80. Una vera lotta per fare di quel personaggio qualcosa di diverso. A lungo costretti ad assumere atteggiamenti più "normali" ed "edificanti", i fumetti di Wonder Woman sono tornati ai toni femministi originali solo con le gestioni più moderne, in particolar modo con quella di Perez che ha potuto ricominciare da capo con un nuovo numero 1 e una nuova origine.
È questa la stessa origin story di cui si abbevera il film diretto da Patty Jenkins (la regista di Monster) ma prodotto con la mano fortissima di Zack Snyder, lo stesso che ha diretto L'uomo d'acciaio e Batman v Superman.

Un'eroina che non somiglia agli eroi
La caratteristica principale di Wonder Woman, in origine, è di non somigliare a nessun altro supereroe. Nonostante incorpori caratteristiche simili a molti altri (forte e veloce come Superman, capace di guarire in fretta da ogni ferita ma anche immune dal controllo mentale e capace di "sentire" trappole magiche), la maniera in cui agisce, le motivazioni che la spingono e l'interazione che ha con il mondo è completamente diversa. In questo sta il suo femminismo, nel non agire come un uomo e proporre invece un atteggiamento differente, uno vincente e autonomo.
L'annuncio di un film interamente dedicato a lei e del fatto che sarebbe stata Gal Gadot ad interpretarla ha subito dato via a speculazioni sul fisico dell'attrice, in teoria non adatto (nella pratica invece perfetto). Proprio questo genere di dibattito e di polemica è parte di quella forza che il corpo della donna ancora ha nel discorso sociale e quindi parte del fascino, del successo e dell'importanza di Wonder Woman nella cultura popolare.
Dunque, a prescindere dall'esito del film, è un segno importante che ad occuparsi dell'adattamento (anche se solo in veste di produttore esecutivo) sia proprio Zack Snyder, regista che lungo tutta la sua filmografia ha dimostrato una passione e un occhio non comuni verso il concetto di forza. C'è sempre una forza, morale o fisica, alla base dei personaggi di Snyder, la durezza e la pressione degli oggetti o dei corpi gli uni contro gli altri è il modo in cui i personaggi interagiscono nei suoi film. Uno sparo o uno schiaffo nei suoi film non sanno essere altro che un'affermazione di superiorità odiosa, umiliante o gloriosa e necessaria a seconda di chi la porta. Wonder Woman nasce per essere più forte degli uomini ma anche intelligente e bella, per poter essere tutto a partire da una forza non comune.

Una donna al centro di un film d'azione
Negli ultimi anni, almeno da Hunger Games in poi (ma piccole tracce si trovano anche in film di poco precedenti), Hollywood ha scoperto che è possibile girare film di grandissimo incasso che non partano da presupposti maschili, ma anzi che sfruttino la novità di un arco narrativo che segue tempi e ragionamenti femminili. Film in cui la storia d'amore non sia per forza un obbligo cui ottemperare per accattivarsi anche un pubblico femminile ma parte della definizione del personaggio, in cui la risoluzione non sia solo violenta e finalizzata alla supremazia fisica ma prenda in considerazione percorsi e tattiche diverse.
Mettere una donna al centro di un film d'azione inoltre significa dare un altro senso alla presenza del corpo nel genere. Il cinema d'azione infatti di suo è fondato sull'esposizione e sul movimento del corpo, sia esso asciutto e mobile o grosso e pesante, quello femminile se è trattato come tale e non come una versione più leggera di quello maschile, è anche in grado di dare una diversa forma ad ogni interazione, perché è un terreno di negoziazione di senso, luogo di conflitto e brama da parte degli altri. 
Non stupisce quindi che nel film ci sia anche un altro corpo di straordinaria forza come quello di Robin Wright (originariamente la parte doveva andare alla più malleabile e fragile Nicole Kidman), regina Ippolita per questo film ma già incredibile figura di potere in House Of Cards. Nella serie tv la grazia e la potenza di un fisico in perfetta forma ed elegante, inguainato in abiti perfetti ma capace di portare decisioni spietate, usato con garbo ma non di meno "usato" in strategie raffinate, ha rifondato l'immaginario politico e, più in grande, quello legato alla supremazia femminile. In maniera non diversa anche Wonder Woman espone e nasconde il proprio corpo (e per questo i fumetti sono stati combattuti), lo usa e lo tiene a freno, non invade la storia con la sua prepotenza fisica come fa Superman, capace di risolvere tutto con la forza e poco con l'astuzia, ma lo dosa perché esso non sia un'arma contro sé stessa.

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