martedì 29 novembre 2016

Trolls



Principessa dei Troll, Poppy prende molto sul serio la missione del suo popolo: felicità, abbracci e festa costanti. Unico che le si oppone è Branch, troll spento che la mette in guardia dall'attirare l'attenzione dei Bergen, il popolo di brutti giganti che li minaccia. Quando la loro posizione sarà rivelata al nemico e ci sarà un traumatico rapimento, Poppy dovrà partire al salvataggio in compagnia proprio di Branch, in fondo più razionale di lei.
Difficile che non ci sia mai imbattuti nei capelluti Trolls, pupazzetti inventati nel 1959 dal danese Thomas Dam: protagonisti di serie tv e persino di videogiochi, sono stati quasi sempre identificati con una leziosità un po' acida, al limite dell'insostenibile per il pubblico non femminile (e in generale dai dieci anni in su). Per questa ragione, l'operazione che la DreamWorks Animation ha compiuto sul franchise ci è sembrata sorprendentemente efficace. Della regia si sono occupati Mike Mitchell e Walt Dohrn, che avevano dato una prova meno convincente con Shrek: E vissero felici e contenti.
Il miracolo compiuto qui è che la positività a oltranza dei personaggi viene con constanza corretta dall'ironia, quel tanto che basta a renderli più digeribili a chi li trovava vagamente inquietanti. Di certo una buona parte di questo traguardo è tagliato con il commento musicale e le canzoni, che riportano il cartoon alla luminosità musical più in voga una ventina d'anni fa, miscelando canzoni storiche di repertorio (come The Sound of Silence) con composizioni originali di Justin Timberlake, in originale voce di Branch. La versione italiana si avvale delle voci di Elisa e Alessio Bernabei per la coppia principale, garantendo performance all'altezza della situazione canora.
Il rischio di acidità smodata è fugato pure da una grafica che addolcisce i lineamenti dei protagonisti e ne rafforza così l'empatia, rispetto alla fissità di sguardo squaloide dei pupazzetti dal vero. La storia è molto memore delle persecuzioni dei Puffi a opera di Gargamella, arricchita da una parodia-omaggio a Cenerentola molto riuscita (nella storia è la sguattera bergen, Brigida, ed è legata ai temi del primo Shrek). 
Le carte in tavola sono le solite, ma sono rimestate con una certa intelligenza dal copione di Jonathan Aibel e Glenn Berger, bilanciando lo sberleffo con una caratterizzazione plausibile dei personaggi, che accompagna un crescendo in cui si fa il tifo per tutti. Alla fine ci si fa volentieri abbagliare gli occhi da una direzione artistica che trasmette euforia con un'indondazione di colori saturi, di cui sono imbevute tutte le superfici. Questo mondo di stoffa DreamWorks trabocca di una sana regressione infantile.

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giovedì 17 novembre 2016

Doctor Strange



Quando uno scopre i fumetti Marvel si immerge in un universo in cui tutto è possibile e abbraccia un mondo che ha bisogno di supereroi che lo difendano dalla costante minaccia di potentissimi supercattivi. Come gli antichi dei, gli eroi creati da Stan Lee, Steve Ditko, Jack Kirby e altri magnifici pionieri si amano, si odiano, litigano, si combattono, si innamorano di esseri umani. E come i Titani che si ribellarono all’Olimpo, i mostruosi Cattivi di questo universo cercano costantemente di detronizzarli. Non è certo un caso l’inserimento degli Dei di Asgard o di creature come Submarine nel pantheon dei supereroi “umani”: i fumetti Marvel sono figli del loro tempo e molto meno ingenui di quanto possa sembrare. I migliori film che ne sono stati tratti hanno colto entrambi gli aspetti, quello mitologico/colto e quello pop, colorato e logorroico.
Mancava fino ad ora nell’universo cinematografico un personaggio particolare come il Doctor Strange, che introduce in questo variegato panorama le arti mistiche, la meditazione, le arti marziali e i concetti di corpo astrale, dominio della mente sul corpo e dimensioni plurime tanto cari a quelle dottrine orientali che proprio negli anni Sessanta diventarono parte integrante della controcultura americana. Il film di Scott Derrickson scherza su queste manie, di fronte alle quali l’uomo di scienza, il brillante e arrogante neurochirurgo Stephen Strange, rimasto privo dell’uso delle sue (magiche mani), è, prima della conversione, completamente scettico.
I mondi fantastici e caleidoscopici che Strange scopre sotto la guida dell’Antico sono stati all’epoca associati all’uso di droghe allucinogene, spesso citate nel film e nel cammeo di un ilare Stan Lee che (spoiler) su un autobus legge “Le porte della percezione” di Aldous Huxley, uno dei testi chiave sull’argomento. Tutti questi elementi il film di Derrickson li inserisce perfettamente in una classica origin story di maturazione e scoperta di sé e del proprio compito nell’ordine delle cose. Che lui e il suo cosceneggiatore Cargill siano autori di horror è evidente dalla cupezza che - nonostante le battute e i momenti di alleggerimento - aleggia su tutto il film.
Gli esseri umani in questa guerra dei mondi non sono contemplati (a meno che non siano stregoni o mutati dal male come il Kaecilius di Mads Mikkelsen), ma piuttosto ignari o marginali, come l’ex fiamma di Strange (Rachel McAdams) o il collega interpretato da Michael Stuhlbarg. L’idea - contestata dai puristi - di trasformare l’Antico in una donna – per altro molto androgina – appare invece sensata proprio per l’ambiguità di Tilda Swinton, essere senza età né sesso. Visivamente il film è impressionante e in 3D l'effetto è vertiginoso e stordente: belli soprattutto i mondi rotanti e i palazzi che si piegano su se stessi, paragonati da alcuni ad Inception e che a noi hanno ricordato invece le impossibili geometrie di Escher, il cubo di Rubik e la scatola dei Cenobiti di Hellraiser.
A conti fatti, Doctor Strange è un gran bel film, molto divertente e arricchito da interpreti perfetti come Cumberbatch, Ejiofor e Wong. Se gli manca qualcosa per arrivare all’eccellenza è un maggiore spessore del cattivo di Mikkelsen e un po' più di spazio per gli agli altri personaggi umani. Ma la Cappa della levitazione, l’Occhio di Agamotto e i due finali in mezzo e dopo i titoli di coda (lo ripetiamo: non uscite prima dal cinema come certi scriteriati colleghi!), compensano le mancanze. Benvenuto dunque al Doctor Strange, che ci riporta a un tempo in cui la magia era una scienza troppo seria e da grandi per essere insegnata ad Hogwarts.

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mercoledì 2 novembre 2016

Sausage Party: vita segreta di una salsiccia




Il würstel Frank attende come tutti gli alimenti del supermercato di essere scelto da un essere umano, magari in compagnia della panina Brenda, con la quale sogna di unirsi (ficcandosi dentro di lei, ovviamente). Una serie di fortunate causalità permette a lui e ad alcuni amici di realizzare la verità: gli umani non li portano via verso un idilliaco mondo esterno, l'Oltre, ma semplicemente li massacrano per mangiarli o usarli. Urge una ribellione.
Prodotto dall'Annapurna Pictures, animato dalla canadese Nitrogen, Sausage Party è il frutto delle "menti malate" (si presentano così) di Seth Rogen e Evan Goldberg, coproduttori e sceneggiatori, con il primo a doppiare in originale proprio Frank. Chiunque ami il cinema demenziale e scorretto dovrebbe conoscerli molto bene, dopo Cattivi vicini o The Interview. Insomma, Sausage Party è un cartone animato per adulti, negli States vietato ai minori di 17 anni. Non è un'esagerazione: se pensate anche solo dal trailer di immaginare cosa vedrete o sentirete, preparatevi a essere stupiti comunque (il villain del film è una lavanda vaginale con cannula).
Sausage Party, accolto da 130 milioni di dollari d'incasso mondiale per 19 di costo, potrebbe avere il merito di svegliare una produzione animata cinematografica d'oltreoceano standardizzata (almeno a occhi disattenti). D'altronde la storia è concepita come una parodia della concorrenza, tanto che viene spontaneo pensare a un contrasto mondo di fantasia / mondo reale, cementificato nell'immaginario da un Toy Story. L'idea più forte, la più chiara, è lo sfrontato ateismo di fondo, un suggerire che il destino degli esseri umani sia quello di decadere come i cibi, in attesa di un aldilà inesistente, davanti alla cui bugia tanto vale farsi una scopata e godersela finché dura. Ok, non è proprio sottile, ma applicato a un cartoon surreale può funzionare.
Sausage Party irride il tono politicamente corretto dei lavori Disney / Pixar / DreamWorks abbracciando uno spirito da Fescennino. Paragonandolo a produzioni animate per adulti come Beavis & Butt-Head o South Park, il ritmo e la struttura del racconto sono qui più convenzionali, ma la volgarità aggressiva è più pronunciata, spesso a discapito di una vera costruzione delle gag all'altezza dei due modelli che abbiamo citato. Nella maggior parte dei casi non si ride tanto perché le trovate siano ispiratissime, quanto perché ci si ritrova stupefatti alla sola idea che qualcuno abbia avuto la sfrontatezza di presentarle: un preservativo usato disperato, una gomma masticata su sedia a rotelle che pare Stephen Hawking (ouch!), un bagel (ebreo) e un lavash (musulmano) che litigano comprimendo un'attrazione omosessuale.
Il problema è che Rogen e il suo clan (alle voci ci sono Jonah Hill, James Franco e altri soliti sospetti), come accade loro spesso anche nei film dal vero, non sanno quando frenare prima che l'onanismo goliardico sfoci non tanto nel disgustoso (quella è l'intenzione), quanto proprio nell'inerte. Si arriva fino in fondo piuttosto stanchi e saturi, come se qualcuno ci avesse sbattuto a calci in un pigiama party di quindicenni ubriachi, legandoci a una sedia.
E' vero, Sausage Party è insolito, ma come sarebbe insolito un clistere a tradimento: se depurarvi dal politicamente corretto per voi ha molta importanza, l'inserimento coatto di questa bella cannulona vi delizierà. Se cercate l'animazione per adulti nelle tematiche, nel 2016 avete l'imbarazzo della scelta, anche tra i film "per bambini".

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