lunedì 19 dicembre 2016

Lion


Il cinema è fatto anzitutto di storie, e quella di Saroo è una bella storia. Una di quelle vicende che fa subito pensare quanto possa essere cinematograficamente potente. Insomma, il commento da bar ‘una storia da film’ è una sintesi adeguata per descrivere il soggetto di Lion, diretto da Garth Davis, esordiente al cinema che si è fatto le ossa con la serie televisiva Top of the Lake.
Saroo è un bambino che vive nell’entroterra povero dell’India nella metà degli anni ’80. Un giorno segue il fratello in un viaggio in treno per rimediare qualche soldo, e si perde. Finisce a Calcutta e poi viene adottato da un’amorevole coppia australiana che vive sul mare, nell’isola della Tasmania. Superati i vent’anni, mentre si trasferisce a Melbourne per studiare, viene tormentato dal suo passato, e grazie a Google Earth cerca di ritrovare la stazione e quei luoghi che continuano a tormentare il suo sonno. Lion è un adattamento del libro autobiografico dello stesso Saroo Brierley, A Long Way Home, in uscita per Rizzoli.
L’effetto collaterale della potenza di questa storia è proprio il suo essere edificante e commovente, quindi a rischio diabetico. Un prodotto in puro stile Weinstein con seduzione orientalistica alla The Millionaire, in cui particolarmente azzeccata è stata la scelta del protagonista bambino. Due sono i momenti della vita di Saroo in cui si concentra il film: lui bambino in India, coraggioso aiutante del fratello grande e orgoglio della madre che vive raccogliendo pietre; e vent’anni dopo, nel corso della sua vita australiana, nel momento in cui cede alla nostalgia di un passato che inizia a ricordare. Lion analizza il rapporto di Saroo con i due fratelli della sua vita: quello maggiore ormai perso che aveva per lui un forte istinto di protezione e quello problematico con cui è cresciuto, verso cui è lui ad avere attenzioni particolari.
Raro caso di product placement inevitabile per Google Earth, è prevedibile dal primo all’ultimo minuto; ma in fondo è proprio la sensazione rinvigorente di un possibile lieto fine nella vita, quello che ci si aspetta da un film come questo; da una storia come questa. Raccontata con un ritmo fluido che accelera man mano che i ricordi iniziano a tornare nel protagonista, dilata allo spasimo l’ovvia conclusione finale, regala a Nicole Kidman uno dei pochi ruoli convincenti di questo decennio e a Rooney Mara uno dei più anonimi degli ultimi tempi.

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lunedì 5 dicembre 2016

Rock Dog


Il mastino tibetano Bodi è destinato a far da guardiano delle pecore che popolano il suo villaggio tra le montagne: suo padre ci tiene molto, ma non riesce a coinvolgerlo nel suo progetto, perché Bodi è distratto dalla musica, la sua vera passione. Quando rinviene una radio e ascolta le parole ispiranti della rock star Angus Scattergood, decide di partire alla volta della grande città per incontrarlo. Nel frattempo, i lupi vigilano...
Rock Dog è una coproduzione tra America e Cina, realizzata praticamente da più studi di animazione, diretta e in parte scritta dall'ex-Pixar Ash Brannon, finanziata dalla Mandoo Pictures di Hong Kong. Come tale, è un tassello di quel processo che da tempo porta il mercato a muoversi per intercettare i gusti del mercato cinese, sempre più fondamentale per il botteghino del cinema internazionale. Si tratta infatti dell'adattamento della graphic novel Tibetan Rock Dog, firmata dal cantante cinese Zheng Ju, coproduttore, ed è buffo vedere come il contesto geografico chiaramente orientale si sposi con un racconto che, per trascorso cinematografico di Brannon o per spirito imitativo di Zheng Ju, richiama tante storie viste e riviste nell'animazione statunitense.
Rock Dog ha due grossi limiti, che colpiranno gli appassionati di animazione ma che difficilmente pregiudicheranno il godimento del film da parte dei più piccoli. Il primo scoglio è di natura tecnica: gli scenari spogli e la mobilità dei personaggi non all'altezza della concorrenza denunciano il budget più ridotto rispetto a quelli di Pixar e DreamWorks, e nel contesto di una commedia cartoon come questa, è un limite che diventa una palla al piede della recitazione e del coinvolgimento. Il secondo problema è la caratterizzazione risaputa dei personaggi e dello stesso plot: bisogna ammettere che Brannon, pure coautore alla Sony di Surf's Up, concentra l'attenzione sui personaggi con un buon equilibrio, però il ritmo è diseguale, con qualche tempo morto in parte compensanto da improvvisi sprazzi poetici non malvagi (la prima canzone ascoltata alla radio, lo scontro finale coi lupi).
Mettiamola così: il ritmo non isterico del racconto dovrebbe essere una bastevole calamita dell'interesse per i pargoli in un sabato pomeriggio. Per i più grandicelli magari appassionati, uno sguardo attento più avanti, in streaming legale o dvd, potrebbe valere la candela, se non altro per il valore "storico" di cui sopra.

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