martedì 27 settembre 2016

PETS - VITA DA ANIMALI


Potrebbe non esser stata banale la scelta di trasformare l'originale "The Secret Life of Pets" nel più semplice italiano Pets - Vita da animali, con cui il film di Chris Renaud e Yarrow Cheney arriva nelle nostre sale, dopo un passaggio - in anteprima - per la 73^ Mostra Del Cinema Di Venezia. La scomparsa di quell'aggettivo è indicativa, e sicuramente più 'onesta' di un trailer che ci aveva illuso di poter finalmente scoprire cosa succede nelle nostre case in nostra assenza…

Gatti, uccellini, criceti, conigli e soprattutto cani di ogni tipo sembrano confermare la credenza secondo la quale 'animali da compagnia' e 'padroni' finirebbero per assomigliarsi, ma l'illusione si interrompe rapidamente. E non tanto perché non sia sicuramente incredibile la sequela di avventure che attendono i protagonisti piumati e baffuti del film, quanto piuttosto perché questa finisca per seguire regole e dinamiche di tanti altri film ben più comuni, finendo per rendere del tutto superflua la natura degli eroi in questione.

E così la storia cresce, più di quanto non facciano i protagonisti. Sempre più vari e sorprendenti (serpenti, maiali 'tatuati', iguane, predatori vari, camaleonti, tartarughe, struzzi e gli immancabili alligatori delle fogne di New York) componenti di una ideale 'Suicide Squad' alternativa, dolorosamente condizionata dai propri istinti e da frustrazioni o rancori decisamente umani. Purtroppo ridotti alle macchiette più prevedibili e semplici.

Da cliché sono molte delle caratterizzazioni infatti, oltre alla separazione tra i mondi dell'elite di addomesticati e il sottosuolo ribelle, o la tipizzazione dei newyorkers e brooklyners proprietari (a parte il poco credibile - e professionale - dogsitter responsabile del disastro) e dei crudeli accalappiacani, o la facile ironia - comunque divertente - sulle debolezze dei nostri amici a quattro zampe per palline, lucette, etc…

Un lavoro di sceneggiatura che, 'sfrondando', finisce per ridursi a una lunga corsa di cani (& Co.), durante la quale continua a erodersi quel piccolo capitale di fascino e personalità accumulato - sulla fiducia - grazie a trailer e promozione. Inutile sperticarsi ad inserire citazioni da Dumbo, Grease, persino a A qualcuno piace caldo (apprezzatissima!) e i Minions. Anche se in questo caso la connessione è profonda, per il come sempre esilarante e geniale corto Mower Minions che anticipa la visione e per il fatto di esser realizzato dalla stessa Illumination Entertainment e di avere come produttore esecutivo lo stesso Chris Renaud (già regista dei due Cattivissimo Me e - annunciato - del già annunciato sequel di questo, in sala il 13 luglio 2018)…

Fonte: film.it

lunedì 5 settembre 2016

IL DRAGO INVISIBILE - LA NOSTRA RECENSIONE


Innegabilmente non sono tempi di film musicali o favolette per un pubblico di preadolescenti, alla Disney lo sapevano bene quando hanno deciso di rimaneggiare tanto l'Elliot classico (e NON 'Classico') del 1977 per trasformarlo nel remake diretto da David Lowery, Il drago invisibile. Personaggi come il Dr. Terminus e Gnocco, macchiette e gag varie e situazioni ridicole sicuramente non si addicono a generazioni abituate ai draghi di Game of Thrones, né a una produzione che punta probabilmente su quella fascinazione (moda?) per portare in sala un prodotto in grado di ammiccare a giovani e meno giovani, ma la perdita di identità e di magia che si registra in questo nuovo capitolo del new deal Disney è notevole.

Le ali rosa del cartoonistico protagonista del film originale lo identificano ancora oggi come un prodotto per una fascia di pubblico troppo bassa forse per ragionare sulla cattiveria dell'essere umano nei confronti della natura e degli animali o per riconoscere come realistico il ruolo di 'comando' di Peter e Grace (di certo piu' dei vari Robert Redford, Bryce Dallas Howard, Wes Bentley e compagnia). Del panciuto e meno imponente drago di allora si è voluta esaltare la vera natura, facendone una creatura libera e meno addomesticata (per quanto l'eccesso di buonismo finale contraddica lo sviluppo precedente e certe scelte visive). Non a caso affiancandogli un 'bambino selvaggio' invece di un semplice orfanello dickensiano. Interessante semmai che il conservare nel racconto la giustificazione della 'necessità' di avere un più o meno tipico amico immaginario.

Uno dei pochi elementi che ritroviamo dell'Elliot del 1977 (insieme alla divertente citazione del maxi starnuto), più della ricostituzione di una parvenza di nucleo familiare intorno al giovanissimo eroe di allora, e di oggi, dove la composizione di un quadretto fin troppo tradizionale avviene senza pathos e in maniera piuttosto fredda. Magari per sottolineare i momenti commoventi legati al drago 'abbandonato' e cercando l'empatia del pubblico su temi ormai classici per il genere, come l'accettazione del diverso e il rispetto per l'altro, quale che sia.

Precetti che sembrano non attecchire fuori dalla sala, e anche sullo schermo, visto che spesso gli stessi bambini finiscono per dimenticare certi spunti encomiabili e seguire la 'way of life' paterna, solo per trovarsi a scegliere se votare Donald o Hillary. Anche per questo la nostalgia di una pedagogia cinematografica - sicuramente datata - emerge nella conferma di una carenza di attenzione per certi piccoli spettatori. A meno che non sia la nostalgia di una epoca nella quale non sembrava si dovesse passare da Alvin a Super 8.

Sarà facile, comunque, innamorarsi di questo enorme paladino dei boschi, di questa espressione della Natura, anche senza farsi conquistare dai rimandi alla buffa simpatia di Shrek o alla drammatica odissea del leggendario Kong o Godzilla. Meno facile, semmai, accettare certe scelte di sceneggiatura - soprattutto nel finale, probabilmente consolatorie - e trovare risposta agli interrogativi che lasciano aperti. Con la certezza, ancora una volta, di essere in balia di un mercato schiavo dell'happy end e che continua ad avere problemi con l'accettazione di una separazione definitiva (sia un addio, un lutto, una rinuncia) o ad essere incapace di inserirla tra gli abituali 'insegnamenti'.

Fonte: film.it