lunedì 19 dicembre 2016

Lion


Il cinema è fatto anzitutto di storie, e quella di Saroo è una bella storia. Una di quelle vicende che fa subito pensare quanto possa essere cinematograficamente potente. Insomma, il commento da bar ‘una storia da film’ è una sintesi adeguata per descrivere il soggetto di Lion, diretto da Garth Davis, esordiente al cinema che si è fatto le ossa con la serie televisiva Top of the Lake.
Saroo è un bambino che vive nell’entroterra povero dell’India nella metà degli anni ’80. Un giorno segue il fratello in un viaggio in treno per rimediare qualche soldo, e si perde. Finisce a Calcutta e poi viene adottato da un’amorevole coppia australiana che vive sul mare, nell’isola della Tasmania. Superati i vent’anni, mentre si trasferisce a Melbourne per studiare, viene tormentato dal suo passato, e grazie a Google Earth cerca di ritrovare la stazione e quei luoghi che continuano a tormentare il suo sonno. Lion è un adattamento del libro autobiografico dello stesso Saroo Brierley, A Long Way Home, in uscita per Rizzoli.
L’effetto collaterale della potenza di questa storia è proprio il suo essere edificante e commovente, quindi a rischio diabetico. Un prodotto in puro stile Weinstein con seduzione orientalistica alla The Millionaire, in cui particolarmente azzeccata è stata la scelta del protagonista bambino. Due sono i momenti della vita di Saroo in cui si concentra il film: lui bambino in India, coraggioso aiutante del fratello grande e orgoglio della madre che vive raccogliendo pietre; e vent’anni dopo, nel corso della sua vita australiana, nel momento in cui cede alla nostalgia di un passato che inizia a ricordare. Lion analizza il rapporto di Saroo con i due fratelli della sua vita: quello maggiore ormai perso che aveva per lui un forte istinto di protezione e quello problematico con cui è cresciuto, verso cui è lui ad avere attenzioni particolari.
Raro caso di product placement inevitabile per Google Earth, è prevedibile dal primo all’ultimo minuto; ma in fondo è proprio la sensazione rinvigorente di un possibile lieto fine nella vita, quello che ci si aspetta da un film come questo; da una storia come questa. Raccontata con un ritmo fluido che accelera man mano che i ricordi iniziano a tornare nel protagonista, dilata allo spasimo l’ovvia conclusione finale, regala a Nicole Kidman uno dei pochi ruoli convincenti di questo decennio e a Rooney Mara uno dei più anonimi degli ultimi tempi.

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lunedì 5 dicembre 2016

Rock Dog


Il mastino tibetano Bodi è destinato a far da guardiano delle pecore che popolano il suo villaggio tra le montagne: suo padre ci tiene molto, ma non riesce a coinvolgerlo nel suo progetto, perché Bodi è distratto dalla musica, la sua vera passione. Quando rinviene una radio e ascolta le parole ispiranti della rock star Angus Scattergood, decide di partire alla volta della grande città per incontrarlo. Nel frattempo, i lupi vigilano...
Rock Dog è una coproduzione tra America e Cina, realizzata praticamente da più studi di animazione, diretta e in parte scritta dall'ex-Pixar Ash Brannon, finanziata dalla Mandoo Pictures di Hong Kong. Come tale, è un tassello di quel processo che da tempo porta il mercato a muoversi per intercettare i gusti del mercato cinese, sempre più fondamentale per il botteghino del cinema internazionale. Si tratta infatti dell'adattamento della graphic novel Tibetan Rock Dog, firmata dal cantante cinese Zheng Ju, coproduttore, ed è buffo vedere come il contesto geografico chiaramente orientale si sposi con un racconto che, per trascorso cinematografico di Brannon o per spirito imitativo di Zheng Ju, richiama tante storie viste e riviste nell'animazione statunitense.
Rock Dog ha due grossi limiti, che colpiranno gli appassionati di animazione ma che difficilmente pregiudicheranno il godimento del film da parte dei più piccoli. Il primo scoglio è di natura tecnica: gli scenari spogli e la mobilità dei personaggi non all'altezza della concorrenza denunciano il budget più ridotto rispetto a quelli di Pixar e DreamWorks, e nel contesto di una commedia cartoon come questa, è un limite che diventa una palla al piede della recitazione e del coinvolgimento. Il secondo problema è la caratterizzazione risaputa dei personaggi e dello stesso plot: bisogna ammettere che Brannon, pure coautore alla Sony di Surf's Up, concentra l'attenzione sui personaggi con un buon equilibrio, però il ritmo è diseguale, con qualche tempo morto in parte compensanto da improvvisi sprazzi poetici non malvagi (la prima canzone ascoltata alla radio, lo scontro finale coi lupi).
Mettiamola così: il ritmo non isterico del racconto dovrebbe essere una bastevole calamita dell'interesse per i pargoli in un sabato pomeriggio. Per i più grandicelli magari appassionati, uno sguardo attento più avanti, in streaming legale o dvd, potrebbe valere la candela, se non altro per il valore "storico" di cui sopra.

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martedì 29 novembre 2016

Trolls



Principessa dei Troll, Poppy prende molto sul serio la missione del suo popolo: felicità, abbracci e festa costanti. Unico che le si oppone è Branch, troll spento che la mette in guardia dall'attirare l'attenzione dei Bergen, il popolo di brutti giganti che li minaccia. Quando la loro posizione sarà rivelata al nemico e ci sarà un traumatico rapimento, Poppy dovrà partire al salvataggio in compagnia proprio di Branch, in fondo più razionale di lei.
Difficile che non ci sia mai imbattuti nei capelluti Trolls, pupazzetti inventati nel 1959 dal danese Thomas Dam: protagonisti di serie tv e persino di videogiochi, sono stati quasi sempre identificati con una leziosità un po' acida, al limite dell'insostenibile per il pubblico non femminile (e in generale dai dieci anni in su). Per questa ragione, l'operazione che la DreamWorks Animation ha compiuto sul franchise ci è sembrata sorprendentemente efficace. Della regia si sono occupati Mike Mitchell e Walt Dohrn, che avevano dato una prova meno convincente con Shrek: E vissero felici e contenti.
Il miracolo compiuto qui è che la positività a oltranza dei personaggi viene con constanza corretta dall'ironia, quel tanto che basta a renderli più digeribili a chi li trovava vagamente inquietanti. Di certo una buona parte di questo traguardo è tagliato con il commento musicale e le canzoni, che riportano il cartoon alla luminosità musical più in voga una ventina d'anni fa, miscelando canzoni storiche di repertorio (come The Sound of Silence) con composizioni originali di Justin Timberlake, in originale voce di Branch. La versione italiana si avvale delle voci di Elisa e Alessio Bernabei per la coppia principale, garantendo performance all'altezza della situazione canora.
Il rischio di acidità smodata è fugato pure da una grafica che addolcisce i lineamenti dei protagonisti e ne rafforza così l'empatia, rispetto alla fissità di sguardo squaloide dei pupazzetti dal vero. La storia è molto memore delle persecuzioni dei Puffi a opera di Gargamella, arricchita da una parodia-omaggio a Cenerentola molto riuscita (nella storia è la sguattera bergen, Brigida, ed è legata ai temi del primo Shrek). 
Le carte in tavola sono le solite, ma sono rimestate con una certa intelligenza dal copione di Jonathan Aibel e Glenn Berger, bilanciando lo sberleffo con una caratterizzazione plausibile dei personaggi, che accompagna un crescendo in cui si fa il tifo per tutti. Alla fine ci si fa volentieri abbagliare gli occhi da una direzione artistica che trasmette euforia con un'indondazione di colori saturi, di cui sono imbevute tutte le superfici. Questo mondo di stoffa DreamWorks trabocca di una sana regressione infantile.

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giovedì 17 novembre 2016

Doctor Strange



Quando uno scopre i fumetti Marvel si immerge in un universo in cui tutto è possibile e abbraccia un mondo che ha bisogno di supereroi che lo difendano dalla costante minaccia di potentissimi supercattivi. Come gli antichi dei, gli eroi creati da Stan Lee, Steve Ditko, Jack Kirby e altri magnifici pionieri si amano, si odiano, litigano, si combattono, si innamorano di esseri umani. E come i Titani che si ribellarono all’Olimpo, i mostruosi Cattivi di questo universo cercano costantemente di detronizzarli. Non è certo un caso l’inserimento degli Dei di Asgard o di creature come Submarine nel pantheon dei supereroi “umani”: i fumetti Marvel sono figli del loro tempo e molto meno ingenui di quanto possa sembrare. I migliori film che ne sono stati tratti hanno colto entrambi gli aspetti, quello mitologico/colto e quello pop, colorato e logorroico.
Mancava fino ad ora nell’universo cinematografico un personaggio particolare come il Doctor Strange, che introduce in questo variegato panorama le arti mistiche, la meditazione, le arti marziali e i concetti di corpo astrale, dominio della mente sul corpo e dimensioni plurime tanto cari a quelle dottrine orientali che proprio negli anni Sessanta diventarono parte integrante della controcultura americana. Il film di Scott Derrickson scherza su queste manie, di fronte alle quali l’uomo di scienza, il brillante e arrogante neurochirurgo Stephen Strange, rimasto privo dell’uso delle sue (magiche mani), è, prima della conversione, completamente scettico.
I mondi fantastici e caleidoscopici che Strange scopre sotto la guida dell’Antico sono stati all’epoca associati all’uso di droghe allucinogene, spesso citate nel film e nel cammeo di un ilare Stan Lee che (spoiler) su un autobus legge “Le porte della percezione” di Aldous Huxley, uno dei testi chiave sull’argomento. Tutti questi elementi il film di Derrickson li inserisce perfettamente in una classica origin story di maturazione e scoperta di sé e del proprio compito nell’ordine delle cose. Che lui e il suo cosceneggiatore Cargill siano autori di horror è evidente dalla cupezza che - nonostante le battute e i momenti di alleggerimento - aleggia su tutto il film.
Gli esseri umani in questa guerra dei mondi non sono contemplati (a meno che non siano stregoni o mutati dal male come il Kaecilius di Mads Mikkelsen), ma piuttosto ignari o marginali, come l’ex fiamma di Strange (Rachel McAdams) o il collega interpretato da Michael Stuhlbarg. L’idea - contestata dai puristi - di trasformare l’Antico in una donna – per altro molto androgina – appare invece sensata proprio per l’ambiguità di Tilda Swinton, essere senza età né sesso. Visivamente il film è impressionante e in 3D l'effetto è vertiginoso e stordente: belli soprattutto i mondi rotanti e i palazzi che si piegano su se stessi, paragonati da alcuni ad Inception e che a noi hanno ricordato invece le impossibili geometrie di Escher, il cubo di Rubik e la scatola dei Cenobiti di Hellraiser.
A conti fatti, Doctor Strange è un gran bel film, molto divertente e arricchito da interpreti perfetti come Cumberbatch, Ejiofor e Wong. Se gli manca qualcosa per arrivare all’eccellenza è un maggiore spessore del cattivo di Mikkelsen e un po' più di spazio per gli agli altri personaggi umani. Ma la Cappa della levitazione, l’Occhio di Agamotto e i due finali in mezzo e dopo i titoli di coda (lo ripetiamo: non uscite prima dal cinema come certi scriteriati colleghi!), compensano le mancanze. Benvenuto dunque al Doctor Strange, che ci riporta a un tempo in cui la magia era una scienza troppo seria e da grandi per essere insegnata ad Hogwarts.

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mercoledì 2 novembre 2016

Sausage Party: vita segreta di una salsiccia




Il würstel Frank attende come tutti gli alimenti del supermercato di essere scelto da un essere umano, magari in compagnia della panina Brenda, con la quale sogna di unirsi (ficcandosi dentro di lei, ovviamente). Una serie di fortunate causalità permette a lui e ad alcuni amici di realizzare la verità: gli umani non li portano via verso un idilliaco mondo esterno, l'Oltre, ma semplicemente li massacrano per mangiarli o usarli. Urge una ribellione.
Prodotto dall'Annapurna Pictures, animato dalla canadese Nitrogen, Sausage Party è il frutto delle "menti malate" (si presentano così) di Seth Rogen e Evan Goldberg, coproduttori e sceneggiatori, con il primo a doppiare in originale proprio Frank. Chiunque ami il cinema demenziale e scorretto dovrebbe conoscerli molto bene, dopo Cattivi vicini o The Interview. Insomma, Sausage Party è un cartone animato per adulti, negli States vietato ai minori di 17 anni. Non è un'esagerazione: se pensate anche solo dal trailer di immaginare cosa vedrete o sentirete, preparatevi a essere stupiti comunque (il villain del film è una lavanda vaginale con cannula).
Sausage Party, accolto da 130 milioni di dollari d'incasso mondiale per 19 di costo, potrebbe avere il merito di svegliare una produzione animata cinematografica d'oltreoceano standardizzata (almeno a occhi disattenti). D'altronde la storia è concepita come una parodia della concorrenza, tanto che viene spontaneo pensare a un contrasto mondo di fantasia / mondo reale, cementificato nell'immaginario da un Toy Story. L'idea più forte, la più chiara, è lo sfrontato ateismo di fondo, un suggerire che il destino degli esseri umani sia quello di decadere come i cibi, in attesa di un aldilà inesistente, davanti alla cui bugia tanto vale farsi una scopata e godersela finché dura. Ok, non è proprio sottile, ma applicato a un cartoon surreale può funzionare.
Sausage Party irride il tono politicamente corretto dei lavori Disney / Pixar / DreamWorks abbracciando uno spirito da Fescennino. Paragonandolo a produzioni animate per adulti come Beavis & Butt-Head o South Park, il ritmo e la struttura del racconto sono qui più convenzionali, ma la volgarità aggressiva è più pronunciata, spesso a discapito di una vera costruzione delle gag all'altezza dei due modelli che abbiamo citato. Nella maggior parte dei casi non si ride tanto perché le trovate siano ispiratissime, quanto perché ci si ritrova stupefatti alla sola idea che qualcuno abbia avuto la sfrontatezza di presentarle: un preservativo usato disperato, una gomma masticata su sedia a rotelle che pare Stephen Hawking (ouch!), un bagel (ebreo) e un lavash (musulmano) che litigano comprimendo un'attrazione omosessuale.
Il problema è che Rogen e il suo clan (alle voci ci sono Jonah Hill, James Franco e altri soliti sospetti), come accade loro spesso anche nei film dal vero, non sanno quando frenare prima che l'onanismo goliardico sfoci non tanto nel disgustoso (quella è l'intenzione), quanto proprio nell'inerte. Si arriva fino in fondo piuttosto stanchi e saturi, come se qualcuno ci avesse sbattuto a calci in un pigiama party di quindicenni ubriachi, legandoci a una sedia.
E' vero, Sausage Party è insolito, ma come sarebbe insolito un clistere a tradimento: se depurarvi dal politicamente corretto per voi ha molta importanza, l'inserimento coatto di questa bella cannulona vi delizierà. Se cercate l'animazione per adulti nelle tematiche, nel 2016 avete l'imbarazzo della scelta, anche tra i film "per bambini".

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lunedì 31 ottobre 2016

Ouija: L'origine del male Recensione


Prima di parlare in dettaglio del prequel di Ouija, ovvero Ouija: L’origine del male, vorremmo fare una considerazione generale sul difetto principale dell’horror contemporaneo: la prevedibilità. Se – e cito Snoopy in proposito – i titoli migliori sono già stati presi, questo succede anche con le trame, le situazioni, i mostri che dovrebbero fare paura non solo al pubblico dei teenager ma a quello più adulto che apprezza il genere.
Sappiamo che è difficile inventarsi qualcosa di nuovo, ma non impossibile: lo abbiamo visto (almeno qualcuno di noi) con un film sulla stregoneria come The Witch, col meno riuscito It Follows e con il mockumentary What We Do in The Shadows). L’horror low-budget che mira a un guadagno sicuro, però, raramente rischia. In casa Blumhouse, dove è nata la serie dedicata alla tavoletta chiamaspiriti della Hasbro, ci sono stati esempi lodevoli come il franchise de La notte del giudizio, ma in quel caso non si trattava di un horror puro: in questo caso, invece, si punta sul sicuro.
Ciò detto il prequel, affidato a un regista stimato come Mike Flanagan, è indubbiamente migliore del primo film (qua la nostra recensione di Ouija, che in parte si addice anche a questo), il quale prova a introdurre qualche elemento interessante, destinato però a perdersi quando la storia, dopo la lunga premessa, esige la sua dose di jump scares.
La storia stavolta si svolge nel 1967, nella famiglia di una madre vedova con due figlie, una di nove anni e una di quindici, che per sbarcare il lunario ed aiutare la gente il lutto fingono di evocare gli spiriti dei loro cari defunti. Fino al giorno in cui la malefica tavoletta, vera e propria porta sull’aldilà, viene portata in casa ed usata in modo improprio, dando il via a una serie di orrori derivanti dalla possessione della piccola di casa, che si scopre essere una medium naturale. Non c’è lieto fine e le vittime, come si conviene al genere, sono parecchie e la maledizione si perpetua nei futuri sequel.
Gli effetti speciali sono discreti (anche se già visti) e tutta l’azione si svolge dentro una casa con qualche piccola parentesi esterna. Ouija 2 è un film low-budget che evoca ovviamente tutti i classici del genere, da L’esorcista (qua il sacerdote è interpretato da Henry Thomas, ex piccolo amico di ET) ai fantasmi del J-Horror (per quanto ancora dovremo vedere spiriti che si arrampicano sulle pareti e camminano sui soffitti?), con un’infarinatura degli orrori del nazismo che non guasta mai. Gli attori sono sufficientemente convinti e bravi, soprattutto Annalise Basso (Captain Fantastic) e la piccola Lulu Wilson, già apparsa nell’horror Liberaci dal male e prossimamente in Annabelle 2. Il secondo Ouija è proprio quello che si prefigge di essere: un classico scary movie di Halloween per teenager e giovani coppie.

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mercoledì 5 ottobre 2016

Le sorelle perfette


Il film racconta la storia di due sorelle ormai lontane da tempo che si ritrovano insieme a mettere in ordine la stanza della propria infanzia prima che i genitori vendano la casa di famiglia. 
Sperando di rivivere passati momenti di gloria, decidono di organizzare un'ultima festa per i propri compagni di scuola, una festa in stile liceo, che si trasforma rapidamente in un momento di sfogo catartico di cui un gruppo di adulti frustrati ha davvero bisogno.

GENERE: Commedia
ANNO: 2016
REGIA: Jason Moore
ATTORI: Tina Fey, Amy Poehler, Maya Rudolph, Ike Barinholtz, John Leguizamo, Dianne Wiest
SCENEGGIATURA: Paula Pell
FOTOGRAFIA: Barry Peterson
MONTAGGIO: Lee Haxall
MUSICHE: Christophe Beck
PRODUZIONE: Little Stranger
DISTRIBUZIONE: Universal Pictures
PAESE: USA
DURATA: 118 Min

Fonte: comingsoon.it

martedì 27 settembre 2016

PETS - VITA DA ANIMALI


Potrebbe non esser stata banale la scelta di trasformare l'originale "The Secret Life of Pets" nel più semplice italiano Pets - Vita da animali, con cui il film di Chris Renaud e Yarrow Cheney arriva nelle nostre sale, dopo un passaggio - in anteprima - per la 73^ Mostra Del Cinema Di Venezia. La scomparsa di quell'aggettivo è indicativa, e sicuramente più 'onesta' di un trailer che ci aveva illuso di poter finalmente scoprire cosa succede nelle nostre case in nostra assenza…

Gatti, uccellini, criceti, conigli e soprattutto cani di ogni tipo sembrano confermare la credenza secondo la quale 'animali da compagnia' e 'padroni' finirebbero per assomigliarsi, ma l'illusione si interrompe rapidamente. E non tanto perché non sia sicuramente incredibile la sequela di avventure che attendono i protagonisti piumati e baffuti del film, quanto piuttosto perché questa finisca per seguire regole e dinamiche di tanti altri film ben più comuni, finendo per rendere del tutto superflua la natura degli eroi in questione.

E così la storia cresce, più di quanto non facciano i protagonisti. Sempre più vari e sorprendenti (serpenti, maiali 'tatuati', iguane, predatori vari, camaleonti, tartarughe, struzzi e gli immancabili alligatori delle fogne di New York) componenti di una ideale 'Suicide Squad' alternativa, dolorosamente condizionata dai propri istinti e da frustrazioni o rancori decisamente umani. Purtroppo ridotti alle macchiette più prevedibili e semplici.

Da cliché sono molte delle caratterizzazioni infatti, oltre alla separazione tra i mondi dell'elite di addomesticati e il sottosuolo ribelle, o la tipizzazione dei newyorkers e brooklyners proprietari (a parte il poco credibile - e professionale - dogsitter responsabile del disastro) e dei crudeli accalappiacani, o la facile ironia - comunque divertente - sulle debolezze dei nostri amici a quattro zampe per palline, lucette, etc…

Un lavoro di sceneggiatura che, 'sfrondando', finisce per ridursi a una lunga corsa di cani (& Co.), durante la quale continua a erodersi quel piccolo capitale di fascino e personalità accumulato - sulla fiducia - grazie a trailer e promozione. Inutile sperticarsi ad inserire citazioni da Dumbo, Grease, persino a A qualcuno piace caldo (apprezzatissima!) e i Minions. Anche se in questo caso la connessione è profonda, per il come sempre esilarante e geniale corto Mower Minions che anticipa la visione e per il fatto di esser realizzato dalla stessa Illumination Entertainment e di avere come produttore esecutivo lo stesso Chris Renaud (già regista dei due Cattivissimo Me e - annunciato - del già annunciato sequel di questo, in sala il 13 luglio 2018)…

Fonte: film.it

lunedì 5 settembre 2016

IL DRAGO INVISIBILE - LA NOSTRA RECENSIONE


Innegabilmente non sono tempi di film musicali o favolette per un pubblico di preadolescenti, alla Disney lo sapevano bene quando hanno deciso di rimaneggiare tanto l'Elliot classico (e NON 'Classico') del 1977 per trasformarlo nel remake diretto da David Lowery, Il drago invisibile. Personaggi come il Dr. Terminus e Gnocco, macchiette e gag varie e situazioni ridicole sicuramente non si addicono a generazioni abituate ai draghi di Game of Thrones, né a una produzione che punta probabilmente su quella fascinazione (moda?) per portare in sala un prodotto in grado di ammiccare a giovani e meno giovani, ma la perdita di identità e di magia che si registra in questo nuovo capitolo del new deal Disney è notevole.

Le ali rosa del cartoonistico protagonista del film originale lo identificano ancora oggi come un prodotto per una fascia di pubblico troppo bassa forse per ragionare sulla cattiveria dell'essere umano nei confronti della natura e degli animali o per riconoscere come realistico il ruolo di 'comando' di Peter e Grace (di certo piu' dei vari Robert Redford, Bryce Dallas Howard, Wes Bentley e compagnia). Del panciuto e meno imponente drago di allora si è voluta esaltare la vera natura, facendone una creatura libera e meno addomesticata (per quanto l'eccesso di buonismo finale contraddica lo sviluppo precedente e certe scelte visive). Non a caso affiancandogli un 'bambino selvaggio' invece di un semplice orfanello dickensiano. Interessante semmai che il conservare nel racconto la giustificazione della 'necessità' di avere un più o meno tipico amico immaginario.

Uno dei pochi elementi che ritroviamo dell'Elliot del 1977 (insieme alla divertente citazione del maxi starnuto), più della ricostituzione di una parvenza di nucleo familiare intorno al giovanissimo eroe di allora, e di oggi, dove la composizione di un quadretto fin troppo tradizionale avviene senza pathos e in maniera piuttosto fredda. Magari per sottolineare i momenti commoventi legati al drago 'abbandonato' e cercando l'empatia del pubblico su temi ormai classici per il genere, come l'accettazione del diverso e il rispetto per l'altro, quale che sia.

Precetti che sembrano non attecchire fuori dalla sala, e anche sullo schermo, visto che spesso gli stessi bambini finiscono per dimenticare certi spunti encomiabili e seguire la 'way of life' paterna, solo per trovarsi a scegliere se votare Donald o Hillary. Anche per questo la nostalgia di una pedagogia cinematografica - sicuramente datata - emerge nella conferma di una carenza di attenzione per certi piccoli spettatori. A meno che non sia la nostalgia di una epoca nella quale non sembrava si dovesse passare da Alvin a Super 8.

Sarà facile, comunque, innamorarsi di questo enorme paladino dei boschi, di questa espressione della Natura, anche senza farsi conquistare dai rimandi alla buffa simpatia di Shrek o alla drammatica odissea del leggendario Kong o Godzilla. Meno facile, semmai, accettare certe scelte di sceneggiatura - soprattutto nel finale, probabilmente consolatorie - e trovare risposta agli interrogativi che lasciano aperti. Con la certezza, ancora una volta, di essere in balia di un mercato schiavo dell'happy end e che continua ad avere problemi con l'accettazione di una separazione definitiva (sia un addio, un lutto, una rinuncia) o ad essere incapace di inserirla tra gli abituali 'insegnamenti'.

Fonte: film.it

martedì 30 agosto 2016

SUICIDE SQUAD - LA NOSTRA RECENSIONE


Suicide Squad è fatto più di momenti che di scene. Momenti spassosi all'interno di un film caotico. Un cinecomic che vuole correre al galoppo, ma che si rivela frenetico come un treno che sfreccia senza conducente. Cosa che a tratti riesce anche a supportare il tono folle del film, dal momento che si racconta una storia di assassini, mostri e psicopatici costretti a socializzare per salvare il mondo.

Ecco dunque la natura di questo lungometraggio scritto e diretto da David Ayer:  divertente ma costretto a scontrarsi con un montaggio praticato quasi a colpi di ascia (immaginate Nicholson in Shining) che riduce ancora più all'osso una trama già scritta su un fazzoletto. Il primo rammarico riguarda proprio i protagonisti - tutti azzeccati - cattivi mai veramente cattivi, trasformati in eroi di un film per tutti. Personaggi che alla fine vorremmo conoscere a fondo, ma non c'è tempo. Quello che ne soffre di più è proprio il Joker di Jared Leto la cui presenza non supera i dieci/dodici minuti nelle due ore di film. 

Quello che ci portiamo una volta lasciata la sala sono i colori accesi di ogni inquadratura, i sorrisi della splendida Margot Robbie nei panni di Harley Quinn e la silhouette di Will Smith mentre svuota interi caricatori senza batter ciglio e ci ricorda i tempi d'oro di quando era il re delle superstar. In questo cast c'è però un elemento che trionfa su tutti: Viola Davis nei panni dell'agente governativo che è la mente dietro la squadra suicida. E' lei l'ultima grande dominatrice, una donna che ci conquista sin da quando la vediamo divorare una bistecca nella scena più bella del film, mentre presenta il team di cattivi, dimostrando di poterli controllare uno per uno. 

Il caos però è sempre in agguato, perfino nella colonna sonora bizzarra e ruffiana. Presto la sensazione è quella di avere a che fare con un film montato senza un'ordine preciso: pagine di sceneggiatura la cui sequenza sembra essere stata cambiata all'ultimo momento. Ripetizioni sulle introduzioni di personaggi, flashback inseriti in maniera forzata e montaggi alternati che confondono lo spettatore (d'un tratto è notte, subito dopo giorno, e subito dopo di nuovo notte). E una storyline sulla cattiva di turno (l'Incantatrice di Cara Delevingne) alla quale non crede nemmeno chi l'ha scritta. Una volta ci si riferiva alle scene eliminate dalla versione finale di un film dicendo che "erano rimaste sul pavimento della sala di montaggio". Nell'era del digitale non più. Quelle scene avrebbero forse potuto ampliare il raggio d'azione di Ayer (ottimo regista ed eccellente sceneggiatore in tutti gli altri film a cui ha lavorato), qui costretto a scendere a patti con le regole del mega-franchise dell'universo DC Comics ancora in fase di progettazione. 

Suicide Squad diverte comunque. E parecchio anche. Lo fa strizzando l'occhio al cinema anni Ottanta con la decisione di raccontare tutto in una notte che include tuoni, fulmini, saette ed esplosioni. La mente va subito (e l'omaggio è chiaro) a Ghostbusters e Die Hard - Trappola di cristallo. Il film è la prova che l'era del "grounded" - quella forzatura del dover sempre trovare un collegamento logico tra fantasia e realtà - può anche prendersi una pausa. La sensazione è quella che le lancette siano tornate indietro ai tempi dei primi Spider-Man di Sam Raimi, quel momento in cui i nuovi cinecomics erano in una fase di "messa a punto" e non ancora contagiati dall'oscurità di Nolan. E alla fine il film pasticciato di Ayer diverte più delle interminabili due ore e mezza di Batman v Superman. 

Fonte: film.it

lunedì 29 agosto 2016

PARADISE BEACH: DENTRO L'INCUBO


Gli appassionati di questi enormi pelagici re - in via d'estinzione (per colpa dell'uomo che ne uccide milioni ogni anno) - dei sette mari continueranno a lamentare la demonizzazione degli squali, tout court, ma è innegabile che avere un Grande Bianco sullo schermo dia un plus di adrenalina e thrilling a ogni film. Come al Paradise Beach: Dentro l'incubo di Jaume Collet-Serra, con protagonista Blake Lively.

Non un qualsiasi agorafobico e angosciante dramma marino alla Open Water, né una tragico confronto di uomo e natura come Lo Squalo o L'Orca assassina, ma una sorta di step intermedio, nel quale l'evoluzione del topos da B-Jungle-Movie della bella bionda turista yankee alle prese con il mondo selvaggio ci regala una tensione sapientemente costruita a e coreogafata dal regista di Non-Stop e Run All Night.

Sicuramente è suo il merito principale, vista la 'povertà' di una singola location (ma si fa per dire, parlando della Perla del Pacifico, l'Isola di Lord Howe nel Queensland australiano, nonostante l'azione si svolga in Messico). E per di più ridotta - per necessità narrative - a un 'misero' scoglio al largo della spiaggia scelta come teatro.

Per fortuna i tempi moderni - dopo il pentimento dell'autore di 'Jaws' Peter Benchley, convertitosi in difensore della specie, e le battaglie animaliste in favore di questi animali, tanto diffuse in California - hanno insegnato a Hollywood che non serve insistere sulla cattiveria di predatori che agiscono principalmente per istinto o curiosità. Anzi, l'aspetto naturale dell'agire dello Squalo aggiunge un senso di ineluttabilità alla lotta della 'Giovane e il Mare'.

Questo e i minimi requisiti richiesti per terrorizzare futuri bagnanti (per quanto si ben difficile che una bestia di quelle dimensioni si aggiri in "acque poco profonde", come da titolo originale The Shallows), creano la tensione necessaria. Più delle prevedibili scene Gore e delle dimostrazioni della pericolosità letale del protagonista pinnato e senza nulla togliere alla sua controparte umana, più che convincente sia nella parte della surfista nostalgica in cerca di simboliche 'riparazioni' (non senza qualche didascalismo di troppo) sia in quella della atipica 'Final Girl' di questo non horror.

Il risultato finale è un intrigante e coinvolgente - più di quanto direbbe il prevedbile ingaggio razionale - 'Siege Movie' nel quale azione e dramma vengono (coerentemente) sopraffatti dalla forza di volontà e l'istinto di sopravvivenza dei due contendenti. Non, come è stato detto "Lo squalo per una nuova generazione", ma forse - senza mancar di rispetto al Cult di Spielberg - qualcosa di più… Sicuramente di diverso.

Fonte: film.it

lunedì 22 agosto 2016

LA NOTTE DEL GIUDIZIO: ELECTION YEAR


Nel 2013 James DeMonaco aveva trovato un interessante sviluppo di certe fantasie ricorrenti alla 'The Strangers' e di rassicuranti catarsi di incubi moderni alla 'You’re Next' (che citammo nell'interessante excursus sulle Final Girls): il suo The Purge aveva saputo scuotere il pubblico e suggerire nuovi temi su cui confrontarsi a critici e aspiranti sociologi. Purtroppo il successivo aveva patito i difetti tipici di un sequel nato più da necessità commerciali che da urgenze creative. Evidentemente dando utili indicazioni che la produzione - e lo stesso regista/sceneggiatore - deve aver saputo seguire per questo La Notte del Giudizio: Election Year.

Il terzo capitolo di questa sorta di saga - apparentemente (ma non ci scommetteremmo) giunta alla sua conclusione - non torna infatti entro le quattro mura dell'assedio originale, né si perde per le strade di una qualsiasi città riempiendole di bande e di pericoli letali, tutti uguali tra loro e incapaci di trasmettere una vera tensione. Riesce invece a sfruttare una backstory - non troppo originale e in fondo prevedibile - per dare un senso all'azione, sintetizzando le due esperienze precedenti in modo da poter rispondere alle aspettative del pubblico.

Maniaci di bassa lega, attratti dalla possibilità di "Halloween per adulti" e da trasgressioni da turismo 'sessuale' (qui, ovviamente, 'criminale'), stranieri "venuti nel nostro Paese per delinquere", figure carismatiche alle quali affidare la narrazione (come il redivivo Leo barnes di Frank Grillo o l'eroico Marcos di Joseph Julian Soria) e politici pronti a fare della mattanza il terreno di uno scontro personale (con l'ormai immancabile promessa Presidente degli Stati Uniti donna, tanto per rinnovare gli scongiuri della 'povera' Hillary) si rubano la scena in un succedersi ragionato di situazioni critiche. Stavolta più interessanti da seguire, senza lasciarsi confondere dal loro accumulto indiscriminato, per quanto ancora elementi di una vicenda frammentaria, finalmente non troppo prolungata e organizzata lungo due direttrici principali, destinate a incontrarsi (per fortuna limitando i danni).

In questo senso risulta innecessaria l'inclusione della religione come tema, e dei clichè relativi a sette e collusioni varie… Una deriva che cozza con il resto della messa in scena, per quanto risponda in maniera omogenea alla suddetta costruzione di un background coerente con la nuova location scelta, quella di Washington, preferita alla violenta e stereotipata Los Angles. Un buon terzo capitolo, per idee e realizzazione, nel quale però sembra già scorgere la stanchezza e la noia di un 'non franchise' a rischio prosecuzione e del quale sarebbe inutile continuare a raccontare gli esiti in ulteriori episodi. Sperando che produzione e DeMonaco non abbiano già altri piani…


Fonte: film.it

mercoledì 10 agosto 2016

LIGHTS OUT


Un horror velocissimo che passa in un battibaleno e lascia però con un’inquietudine invasiva, strisciante, reale. Questo è Lights Out; pellicola diretta dal regista svedese David F. Sandberg, ma realizzato grazie alla collaborazione del produttore James Wan. Un nome che se non vi dice nulla così, vi basterà sapere che si tratta della mente dietro a Saw e alla saga in due capitoli Conjuring. Insomma, uno che di horror ci capisce a tal punto da sostenere anche progetti registici nei quali non è esclusivo protagonista dietro la macchina da presa. Ci ha visto bene Wan in questo caso.

Perché la storia di un dramma familiare e di una depressione materna, ben si legano agli elementi chiave dello spavento soprannaturale, con una creatura che viene dal buio e che è pronta a uccidere chiunque si metta sul suo cammino. Soprattutto Lights Out gioca molto bene con la dicotomia buio/luce a livello registico, sostenuta da una backstory credibile, regalandoci dei momenti di suspence che però non riescono mai a svincolarsi dall’idea di proporre un formato leggero e che a tratti sfocia nel teen-movie per la presenza di una giovane protagonista dipinta come un po’ ribelle e in perenne lotta con un fidanzato non propriamente sveglissimo.

Passando quindi agli interpreti, c’è da dire che Maria Bello nei panni della madre disturbata è una vera sorpresa. Teresa Palmer, l’eroina Rebecca, rappresenta invece quel personaggio in grado di sospendere il film tra l’horror soprannaturale più puro e invece la sua forma maggiormente commerciale e un po’ demenziale. Raffigurata com’è nei panni di una bad girl indipendente e scettica.

Capitolo a parte invece lo merita l’interpretazione di Gabriel Bateman nei panni del bambino Martin, assolutamente credibile, terribilmente determinato a salvarsi dalla grinfie della malvagia Diana. Che dire infine? Lights Out è un prodotto semplice, di effetto, veloce al punto che visto nel periodo di uscita estivo è il modo perfetto per farsi terrorizzare un po’ prima di uscire dal cinema con la luce del giorno ancora piena. E questo, visto ciò che è contenuto nel film, è davvero un bene. 

Fonte: film.it

venerdì 29 luglio 2016

The Legend of Tarzan


Com'è tormentato e musone, questo Tarzan.
Il Tarzan che ha il fisico scolpito di un Alexander Skarsgård che ha conservato tutto il languore corrucciato e malinconico dell'Eric di True Blood; il Tarzan che non sorride mai, se non alla fine del film, quando si scioglie e scioglie le sue tensioni in un abbraccio liberatorio; il Tarzan che si muove nella giungla esattamente come lo Spider-Man del cinema si muove tra i grattacieli di Manhattan.
Il Tarzan di David Yates che racconta un po' al contrario la storia di Greystoke – La leggenda di Tarzan.
Qui John Clayton lo incontriamo già civilizzato, ma già in lotta con sé stesso per cercare di rinnegare razionalmente le sue origini e la sua natura selvaggia e di dimostrare a sé e agli altri che casa sua non è l'Africa ma la dinamica e un po' ingessata Londra di fine Ottocento.
Ma tanto, se il Mal d'Africa è inguaribile per le persone normali, figuriamoci se lo è per John, che – come dice la sexy Jane di Margot Robbie, che sbandiera di non voler essere una damsel in distress ma che di fatto lo è per tutto il film – una persona normale non lo è affatto.
E allora via, ogni pretesto è buono per tornare giù nel Congo, ancora meglio se il pretesto è andare a vedere se davvero Leopoldo II del Belgio - o meglio il suo infido braccio destro, che ha la faccia giusta e antipatica di Christoph Waltz - si sta segretamente preparando a ridurre in schiavitù tutta la popolazione locale e a impadronirsi delle miniere di diamanti.
E già, perché per evitare sgradite polemiche politicamente corrette sull'uomo bianco che, sebbene figlio delle scimmie, s'innalza sopra la popolazione nera, The Legend of Tarzan (che guarda al cinema d'avventura del passato e alla spettacolarità hollywoodiana presente, e finisce col risultare un po' strabico) spinge al massimo su un messaggio progressista e anti-razzista, sull'uguaglianza tra bianchi e neri e perfino, con una spruzzata d'antispecismo che di questi tempi non fa mai schifo, tra uomini e animali.
Tutti i conflitti si risolvono, allora: Tarzan ha al suo fianco un afroamericano che ha combattuto contro il Sud schiavista (Samuel L. Jackson), fa pace col capotribù che lo voleva morto e col “fratello” gorilla che lo considerava un traditore, e tutti insieme (ma proprio tutti, pure gli gnu, i leoni e i coccodrilli: non manca più nessuno) fanno fronte comune contro la viscida e violenta e sfruttatrice oppressione colonialista e schiavista,
Alla fine, pure i conflitti (interiori) di Tarzan si placheranno: al diavolo Londra, le convenzioni, le scarpe, il freddo e la nebbia: vuoi mettere una bella capanna in Africa, in mezzo agli amici, animali o umani che siano?
Abbracciando la propria natura, invece che inseguendo dei modelli che ci siamo imposti di soli, prima della società, si ritrova il sorriso e perfino la fertilità, racconta Yates. Che, se solo tenesse la macchina da presa ferma quando non esiste motivo al mondo per cui muoverla, non farebbe un soldo uno di danno.

Fonte: comingsoon.it

mercoledì 20 luglio 2016

Tartarughe Ninja 2



Sempre frustrati per dover mantenere un profilo bassissimo, le Tartarughe Ninja Michelangelo, Donatello, Raffaello e Leonardo potranno finalmente uscire allo scoperto: grazie all'aiuto della fedele April (Megan Fox) e del vigilante aspirante detective Casey Jones (Stephen Amell), capiranno che l'evaso Shredder ha unito le sue forze alla misteriosa e repellente entità da un'altra dimensione, Krang. Gli screzi tra i quattro fratelli potrebbero però rallentare il solito salvataggio del mondo, e come se non bastasse i cattivi si avvalgono della forza bruta di Bebop e Rocksteady, due delinquentelli mutati, tanto letali quanto imbecilli...
Con quasi 500 milioni di dollari d'incasso per 125 di costo, il reboot di Tartarughe Ninja del 2014 ha dato ragione alla facile scommessa del Michael Bay produttore, vero autore nell'ombra di queste nuove incarnazioni dei personaggi, creati in origine per i fumetti da Peter Laird e Kevin Eastman oltre trent'anni fa. Per questo secondo capitolo Tartarughe Ninja 2 - Fuori dall'ombra, la regia passa da Jonathan Liebesman a Dave Green, autore dell'inedito in Italia Earth to Echo (2014). L'impostazione, nessuna sorpresa, rimane grossomodo identica. Umorismo adolescenziale, estetica da cinecomic fracassone attuale, le grazie di Megan Fox, screzi passeggeri, sequenze d'azione eccessive ai limiti (mai superati) della parodia.
Ci sembra tuttavia che questo secondo capitolo scorra in modo leggermente più fluido ed efficace: l'aver già rotto il ghiaccio col film precedente consente agli stessi sceneggiatori di lasciarsi alle spalle gli spiegoni e i flashback delle origin story, e di tuffarsi nella goliardìa di gruppo dei quattro pizza-dipendenti. La maggiore quantità e varietà di personaggi, lì dove in altri cinecomic a volte appesantisce il gioco, è di grande aiuto quando come in questo caso il ritmo festaiolo conta di più di una storia forzata, rigida e risaputa. Casey Jones per esempio modifica la dinamica tra April e il precedente coprotagonista (Will Arnett, ancora presente ma caratterizzato diversamente), mentre i cattivi sono tanti e più coreografici: Bebop, Rocksteady e l'orrido Krang sono punk quanto basta, e non si prendono mai troppo sul serio, il che aiuta. A luci riaccese si realizza che ci sono meno battute che nel film precedente, e che l'attenzione è spalmata sui tanti elementi in gioco, con semi piantati per eventuali nuovi capitoli: il capo della polizia interpretato da Laura Linney, lo scienziato pazzo di Tyler Perry e lo stesso fondamentale Casey Jones, il bel giovine Stephen Amell.
Come intrattenimento estivo, in fondo è molto onesto e innocuo, e per lo meno ha l'umiltà di presentarsi solo come un altro giro di giostra.

Fonte: comingsoon.it

martedì 12 luglio 2016

Cattivi vicini 2


Sempre assecondando il loro gusto per la commedia scorretta (ma non troppo) e demenziale (ma non troppo), Seth Rogen e Evan Goldberg cercano a tutti i costi di tenere in piedi un sequel che riproponga gli elementi vincenti del primo film e che al contempo sia diverso. Insomma, la questione nodale di qualunque secondo capitolo che non ha un vero motivo di esistere ma, quando una commedia vietata ai minori di 17 anni non accompagni (negli USA) come Cattivi vicini incassa 155 milioni di dollari, una casa di produzione cinematografica non può non incaricare immediatamente gli autori di pensare a un seguito. Rogen e Goldberg avevano prodotto il primo film, scritto da Andrew J. Cohen e Brendan O'Brien, e a loro si aggiungono per stiracchiare il più possibile la nuova storia.
Cattivi vicini 2 insiste sulla guerra tra la coppia di genitori composta da Seth Rogen e Rose Byrne e gli affittuari della villetta accanto anagraficamente più giovani. La fratellanza studentesca del primo film lascia il posto a una sorellanza di agguerrite studentesse con a capo Chloë Grace Moretz che rivendicano il diritto di organizzare party (cosa che è realmente vietata negli Stati Uniti per i gruppi femminili, mentre non lo è per i maschi). Le ragazze vogliono divertirsi e poco importa se i vicini vorrebbero la quiete per poter vendere la loro casa a potenziali acquirenti. Fino a qui siamo sulla stessa traccia narrativa del precedente capitolo ed è da questo punto di partenza che la storia cerca nuove gag o versioni alternative di quelle vecchie, come l'airbag usato impropriamente.
Zac Efron, l'acerrimo nemico di Cattivi vicini, diventa un uomo banderuola. Non sapendo da che parte farlo stare, gli sceneggiatori ne spostano continuamente il fronte enfatizzando all'inizio del film lo stato di crisi identitaria del suo personaggio, dando al contempo una collocazione narrativa ai suoi ex fratelli di college che restano fuori dalle vicende principali della storia. Efron a torso nudo era una delle poche cose certezze, infatti non mancano i suoi addominali come non manca l'autoironia sull'essere uno scolpitissimo oggetto del desiderio per ogni rappresentante del genere femminile. Sempre diretto da Nicholas Stoller, Cattivi vicini 2 mantiene intatto il tono riuscendo a creare momenti esilaranti per il grande affiatamento degli attori e la vivacità semi-scurrile dei dialoghi, generalmente però l'idea della guerra tra vicini si è consumata nel primo film. 

Fonte: comingsoon.it

sabato 9 luglio 2016

It Follows


David Robert Mitchell è del 1974, come me. I protagonisti del suo film hanno una ventina d’anni - anno più, anno meno. E It Follows è uno degli horror più calati dentro il suo tempo che si siano visti da diverso tempo a questa parte.
Tanto da essere quasi un film generazionale, con quel friccicorio anni Ottanta che lo pervade, la bellissima colonna sonora di Disasterpeace imbottita di sintetizzatori, le bmx e il feeling carpenteriano che stanno lì a confermarlo, invece che smentirlo.
Ambientato all’inizio di un autunno che sfocerà inevitabilmente in un inverno - non nella più canonica estate - e nella città simbolo della crisi di questi anni - una Detroit tutta suburbia e rovine urbane -, quello di Mitchell è un horror sulle ansie, le paranoie e le incertezze che segnano i nostri giorni e fanno del futuro dei più giovani un campo minato: altro che AIDS e malattie sessualmente trasmissibili.
Basterebbe l’incipit del film, per capirlo: una ragazza esce di casa correndo, scappa da qualcosa che non vediamo, che nessuno tranne lei può vedere; suo padre la segue, la ragazza lo rassicura ma non ci crede nemmeno lei; l’adulto non capisce; la ragazza fugge, è sola, è notte; sa di non avere scampo, fa solo in tempo a chiamare a casa: ti voglio bene, dice al padre, scusami se ogni tanto non lo dimostro.
Sono solo i turbamenti dell’adolescenza? Le irrequietudini che accompagnano l’ingresso all’età adulta? Sono quelle paure che non si riescono a spiegare, quelle  insicurezze che ci rendono insopportabili anche quando non vorremmo? Sì, certo lo sono. Sono quelle, e sono quelle ansie lasciateci in eredità da un mondo che non offre più alcun punto di riferimento solido, tantomeno un qualche appiglio identitario.
Se non lo sanno nemmeno loro, chi sono davvero e chi saranno, i protagonisti di It Follows, che vanno al cinema a vedere Sciarada e nel mentre giocano a chi-vorresti-essere (e lui vorrebbe essere un bambino, guarda un po’), perché dovremmo essere così sicuri noi, e dare un’etichietta meno generica dell’”it” del titolo alla cosa che perseguita Jay, e i suoi amici? Quella cosa senza volto  - anzi, dai mille volti sempre diversi - che la segue con la lentezza che si può permettere qualcosa di inesorabile e di ineluttabile, come la morte, e che si passa col sesso?
Già, il sesso. Facile se si vuole esser pigri parlare allora  di MST, ma qui le cose sono più ampie, sono più complesse, e il sesso è solo un pretesto, che però fa perfettamente scopa col desiderio impellente di trovare una parentesi, una via di fuga dalle mille cose senza nome e senza volto che ci angosciano e ci perseguitano. Il sesso come evasione, più che come contagio: e se è anche quello, basti ricordare che l’orgasmo è una piccola morte. Eros e thanatos.
David Robert Mitchell è uno bravo, e lo aveva già dimostrato abbondantemente con The Myth of the American Sleepover: recuperatelo al più presto. Aveva già dimostrato di saper raccontare (bene) la giovinezza, le incertezze, l’intimità, la sessualità. Qui fa vedere pure di aver studiato, citando il Carpenter più paranoide de La cosa e del Signore del Male, senza mai compromettere uno stile personale caratterizzato da una densità liquida, da una morbidezza acquatica e ipnotica ripresa nelle piscine, nei getti d’acqua e nelle acque lacustri che costellano il film e ne segnano i momenti principali, dall’inizio alla fine. E seducendoti con un eleganza fatta di dettagli piccoli e grandi, creando una tensione (capace di sfociare in spaventi a sorpresa mai da quattro soldi, altro che James Wan) che è quella dello stato di costante smarrimento e di perturbazione esistenziale dei suoi protagonisti.

Fonte: comingsoon.it

domenica 26 giugno 2016

Warcraft


Su Azeroth la pace è a repentaglio: tramite un portale magico, gli Orchi stanno invadendo il regno degli umani. Le creature devono colonizzare una nuova terra, dopo aver abbandonato la propria, morente. Il regno di re Llane si appella alla guida del Guardiano Medivh, non senza qualche dubbio, mentre tra gli Orchi, grazie alla mente pensante del guerriero Durotan, serpeggiano dubbi sull'onestà della guida del loro leader Gul'dan. L'uso da ambedue le parti della misteriosa mortale forza magica del Vil spingerà umani e orchi verso un conflitto senza vincitori, oppure c'è speranza che tutti aprano gli occhi?
Anche se i più conoscono la saga videloudica di Warcraft per l'epocale successo del gioco di ruolo online World of Warcraft (2004), le prime tre incarnazioni del marchio fantasy targato Blizzard Entertainment erano giochi di strategia in tempo reale, che avevano radici addirittura nel lontano 1994, tra grossi pixel e computer con Ms-Dos: questo prima che il Windows 95 attaccasse noi nerd tradizionalisti, più o meno come gli Orchi constrinsero Azeroth a ripensare il modo di vedere le cose.
Duncan Jones, in precedenza autore della fantascienza a basso-medio budget diMoon e Source Code, ha accettato, con puro spirito di fan, di adattare per il grande schermo la premessa narrativa del primo capitolo del videogioco, in questo Warcraft - L'inizio, una produzione massiccia da 160 milioni di dollari, scrivendone il copione con Charles Leavitt. Il film è stato accolto negli Usa da giudizi della critica piuttosto severi, controbilanciati da un apprezzamento del pubblico molto più caloroso. Ragionare su costi e reazioni può lasciarci qualcosa, ma prima liberiamoci dalla consuetudine del giudizio. Com'è Warcraft - L'inizio? Vedibile, è poco originale ma intrattiene, imperdibile per i fan, tecnicamente buono. Il proverbiale "così così", insomma, se vi fidate. Vale però la pena integrare questo giudizio con un ragionamento più articolato: chi ne ha voglia mi segua.
Un budget da 160 milioni di dollari è un budget da film-evento. Un evento si costruisce con qualcosa di inaspettato, originale nei contenuti e/o nell'estetica, d'importanza storica per una qualche ragione, con un'attrattiva per una larghissima fetta di pubblico. Il signore degli anelli era un evento perché adattava un classico della letteratura, con uno stile audiovisivo peculiare e per certi versi innovativo, in grado di creare un fenomeno. In alternativa, può essere un evento anche un ritorno. Un evento non si misura solo dalla forza della sua campagna pubblicitaria. Warcraft non può essere un evento, se non per i fan del marchio: gli elementi fantasy, lo stile di ripresa, lo svolgimento della storia, il tipo di effetti visivi, il tono e la recitazione non hanno assolutamente niente di epocale. Ora, non c'è nulla di male in tutto questo, l'abbiamo ripetuto più volte in altre recensioni. Il concetto di b-movie non è a tutti i costi un marchio d'infamia, perché un b-movie come Warcraft porta con sè una sostanzialeumiltà nell'approccio narrativo, una voglia di intrattenere in modo semplice, rilassante, senza troppo preoccuparsi di giustificare ogni eccesso e ogni stereotipo. Problema: il b-movie non va molto d'accordo con i budget stellari e le conseguenti aspettative da evento planetario.
Perché un prodotto come Warcraft si caccia in una brutta situazione: irrita la critica e gli spettatori non-appassionati costretti a guardarlo per dovere o perché attirati dalla pubblicità, esalta gli appassionati del genere o del marchio, tiene sulle spine i capi della major che l'ha finanziato e non sa quale delle due reazioni prevarrà sull'altra. Negli ultimi anni, l'aver spinto il puro intrattenimento di genere verso gli ormai sempre più smodati budget da kolossal sta inflazionando il concetto di "evento", forse perché è il mercato cinematografico in generale ad essere drogato di eventi, essendoci ormai poco spazio in sala per un semplice giro di giostra come potrebbe essere un Warcraft a medio budget. Con menoCGI e più sviluppo dei personaggi, forse (forse, stiamo azzardando) Warcraftsarebbe costato di meno, sarebbe potuto sbocciare come un Pitch Black, avrebbe raggiunto comunque i fan, mentre tutti gli altri vi si sarebbero avvicinati con maggiore serenità. Adesso, se Warcraft dovesse floppare a causa dei troppi soldi spesi, i fan rimarrebbero con una saga interrotta e gli arrabbiati con due ore di vita parcheggiate in quel di Azeroth. Forse il problema è a monte, non a valle, dove Duncan Jones sembra essersi almeno divertito.

Fonte: comingsoon.it

venerdì 10 giugno 2016

Ghostbusters


Abby ed Erin sono una coppia di scrittrici semi sconosciute che decidono di pubblicare un libro sui fantasmi. La loro tesi consiste nell'affermare che questi sono assolutamente reali. Tempo dopo Erin ottiene un prestigioso incarico come docente della Columbia University. Quando il libro sugli spettri, ormai dimenticato, ricompare, diventerà lo zimbello della facoltà e sarà costretta a lasciare il lavoro. 
La sua credibilità è persa ed Erin decide a quel punto di riunirsi ad Abby aprendo una ditta di acchiappafantasmi. Scelta che si rivela vincente: Manhattan è invasa da una nuova ondata di spettri e non ci sarà altro da fare per il team che dargli la caccia.

Fonte: comingsoon.it

giovedì 19 maggio 2016

PAN



TRAMA

Dal regista Joe Wright (“Espiazione”, “Orgoglio e Pregiudizio”) arriva Pan - Viaggio sull'isola che non c'è, un film live-action che propone una nuova, originale avventura sugli inizi dell’amato personaggio creato da J.M. Barrie. Peter (Levi Miller) è un dodicenne biricchino con una insopprimibile vena ribelle, ma nel triste orfanotrofio di Londra dove ha vissuto tutta la vita queste qualità non sono ben viste. In una notte incredibile Peter viene trasportato dall’orfanotrofio dentro un mondo fantastico, popolato da pirati, guerrieri e fate, chiamato Neverland. E lì si ritrova a vivere straordinarie avventure e a combattere battaglie all’ultimo sangue nel tentativo si svelare l’identità segreta di sua madre, che lo aveva abbandonato tanto tempo prima, ed anche il suo posto in questa terra magica. In una squadra formata dalla guerriera Tiger Lily (Rooney Mara) e dal suo nuovo amico di nome James Hook (Garrett Hedlund), Peter deve sconfiggere lo spietato pirata Blackbeard (Hugh Jackman) per salvare Neverland e scoprire il suo vero destino—diventare l’eroe che sarà conosciuto per sempre con il nome di Peter Pan. Wright dirige Pan da una sceneggiatura di Jason Fuchs. Greg Berlanti, Sarah Schechter ed il candidato all’Oscar® Paul Webster (“Espiazione”) sono i produttori, con Tim Lewis come produttore esecutivo. Il film vede la partecipazione del candidato all’Oscar® Hugh Jackman (“I Miserabili”) nel ruolo di Blackbeard; Garrett Hedlund (“A proposito di Davis”) nel ruolo di James Hook; la candidate all’Oscar® Rooney Mara (“Uomini che odiano le donne”) nel ruolo di Tiger Lily; l’esordiente Levi Miller nel ruolo di Peter e Amanda Seyfried (“I Miserabili”) in quello di Mary. A completare il cast troviamo Adeel Akhtar (“Il Dittatore”) nel ruolo di Smee; Taejoo Na (“The Knick”) nel ruolo di Kwahu; Nonso Anozie (“Son of God”, “Espiazione”) nel ruolo di Bishop; Kathy Burke (“La Talpa”) nel ruolo di Mother Barnabas; Kurt Egyiawan (“Skyfall”) nel ruolo di Murray; Lewis MacDougall (“In the Name of the Children” per la TV Britannica) nel ruolo di Nibs e Jack Charles (“Mystery Road”) nel ruolo di The Chief/ Padre di Tiger Lily. Il team creativo dietro la macchina da presa di Wright include i direttori della fotografia candidati all’Oscar® Seamus McGarvey (“Anna Karenina”, “Espiazione”) e John Mathieson (“Il fantasma dell’Opera”, “Il Gladiatore”); la scenografa candidata all’Oscar® Aline Bonetto (“Una lunga domenica di passioni”, “Amelie”); il montatore Paul Tothill (“Espiazione”, “Orgoglio e Pregiudizio”); la costumista premio Oscar® Jacqueline Durran (“Anna Karenina”) e la truccatrice/parrucchiera Ivana Primorac (“The Imitation Game”, “Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re”). Le musiche sono del compositore premio Oscar® Dario Marianelli (“Espiazione”).

ATTORI
HUGH JACKMAN -  GARRETT HEDLUND -  ROONEY MARA -  LEVI MILLER  -  AMANDA SEYFRIED -  ADEEL AKHTAR  -  NONSO ANOZIE -  JACK CHARLES -  TAEJOO NA -  KATHY BURKE -  KURT EGYIAWAN  -  LEWIS MACDOUGALL -  LENI ZIEGLMEIER
CAST ARTISTICO
AUTOREJ.M. BARRIE
SCENEGGIATOREJASON FUCHS

venerdì 8 aprile 2016

Grimsby - Attenti a quell'altro

Locandina italiana Grimsby - Attenti a quell'altro


Nobby Butcher è un panzone ignorante e fanatico di calcio della periferia proletaria inglese. Ha le basette di Liam Gallagher, nove figli concepiti da non si sa chi, e il mito di suo fratello Sebastian, che non vede da più di vent'anni. Quando gli giunge voce che potrebbe trovarsi tra gli ospiti di un convegno importante, Nobby s'imbuca dentro un mondo che non gli appartiene e sorprende il fratello proprio mentre questi, agente segreto, è in procinto di sventare un attentato. Sebastien sbaglia bersaglio, facendo saltare la copertura, e i due fratelli si ritrovano in fuga, di nuovo uniti nel destino, braccati da un sicario del MI6 e perseguitati dall'infinita - e talvolta provvidenziale- stupidità di Nobby. 
Sasha Baron Cohen torna al cinema con un personaggio in sé e per sé non indimenticabile quanto Borat, che però serve a dovere la cornice in cui si è incastrato. Il contesto "spy" da un lato e quello socialmente disagiato, che pare uscito dagli anni della Thatcher, dall'altro, gli permettono di dividere in due, in maniera ardita, anche il tono del film: riservando il demenziale al primo aspetto e costruendo, per la storia dei due fratelli, un antefatto strappacuore: la sintesi arriverà ultima, in un finale letteralmente scoppiettante che interseca il patto d'amore tra i fratelli con l'apoteosi della linea narrativa legata alle disavventure dell'orifizio anale di Nobby, che punteggia tutto il film. 
Il progetto è meno coerente e meno politicamente irriverente di altri, eccezion fatta per la scelta di mettere un paio di volte al centro del bersaglio Donald Trump, che di questi tempi vale il doppio, ma rimane un caso isolato, che si mescola agli sberleffi tutti inglesi a Daniel Radcliffe e, in fondo, può sembrare facile come sparare sulla Croce Rossa o sul bambino paraplegico israelo-palestinese. Per capirci ancora meglio: Grimsby non è un film che passerà alla storia per le punture della sua satira, né è un vero action movie, nonostante Leterrier e nonostante, probabilmente, la credibilità su questo piano figurasse invece tra le migliori intenzioni: è solo un film che fa ridere moltissimo per motivi stupidissimi. Questo lo rende un film stupido tout court? In parte sì, ma anche quello richiede un'arte (o per lo meno un mestiere) e non ci lamenteremo certo di qualche risata di troppo. A suo modo, poi, Sasha Baron Cohen scherza anche con le istituzioni: quelle tutte domestiche del calcio e di James Bond. 
Le risate provocate sono grasse, come la pancia di Nobby, come il disgusto che provoca la scena degli elefanti: Grimsby è una cosa divertente che non farete mai più.

FONTE: mymovies.it