lunedì 27 marzo 2017

Les Ogres


Il rapporto con la realtà può creare problemi anche alla più esuberante compagnia di teatro itinerante, con un tenda per bagaglio e parecchi chilometri di strada sulle spalle, insieme agli spettacoli che portano sogni e scompiglio nelle esistenze che incontra.

Compagnie vivaci come quella portata sul grande schermo da Les Ogres (Ogres, Francia, 2015) diretto da Léa Fehner e sceneggiato con Catherine Paillé e Brigitte Sy.

La compagnia del Davaï Théâtre mette in scena Chechov viaggiando di città in città con il proprio tendone da circo: una turbolenta tribù di artisti nella quale il lavoro, i legami familiari, l’amore e l’amicizia si mescolano con veemenza, scavalcando i confini tra la finzione del palcoscenico e la vita reale.

Les Ogres (Léa Fehner)
Un bambino in arrivo e il ritorno di una ex amante riapriranno però vecchie tensioni che la regista francese mette in scena con tutta la verve che ha già incantato gli spettatori di diversi festival, grazie alla complicità di un cast collaudato che conta i famigliari François Fehner e Inès Fehner, insieme ad Adèle Haenel, Marc Barbé, Lola Dueñas, François Fehner, Marion Bouvarel, Philippe Cataix e Christelle Lehallier.

Dopo il pluripremiato intreccio di esistenze dietro le sbarre di Qu'un seul tienne et les autres suivront (o Silent Voice), il secondo lungometraggio di Léa Fehner, prodotto da Philippe Liégeois per Bus Films con France 3 Cinéma e venduto nel mondo da Pyramide International, dopo aver vinto il Premio del pubblico ai Festival di Rotterdam e PesaroFF52, insieme al Premio Lino Micciché al Festival di Pesaro 2016, arriva nelle nostre sale con la Distribuzione indipendente di Cineclub Internazionale, da giovedì 26 gennaio 2017.

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sabato 18 marzo 2017

La bella e la bestia



Il live action de La Bella e la Bestia, una storia millenaria e universale di adempimento dell'essere. Una donna e una bestia capaci di assumere in pienezza la polarità dei propri sentimenti

La bella e la bestia ha origini antiche. Narrato da Apuleio, il mito di Amore e Psiche prende forma letteraria nella raccolta di novelle di Giovanni Francesco Straparola ("Le piacevoli notte", 1550), fino ad arrivare all'elaborazione canonica di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (1740), che riduce la versione di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve e la trasforma nella favola moderna che tutti conosciamo. A partire dall'adattamento onirico di Jean Cocteau, che abbraccia la componente edipica della favola originale, La bella e la bestia genera traduzioni, tradimenti, rivisitazioni, omaggi e persino una 'lettura' erotica diretta nel 1977 da Luigi Russo. A ogni nuova trasposizione la domanda si ripete spinosa: come gestire l'eredità? 


L'arrivo sul grande schermo

Nel 1991 la Disney risponde con un film di animazione consapevole della derivazione colta. Diversamente da La sirenetta, in cui la favola di Andersen è un mero spunto letterario, La bella e la bestia mantiene inalterata la trama e presenta una galleria di oggetti e personaggi dalla forte carica simbolica, che illuminano il viaggio iniziatico di Belle. Scrittori, produttori, tecnici dell'animazione, tutti sembrano stregati dalla forza esemplare di questa favola tradotta con cura dalla Disney attraverso i personaggi e i corpi, i movimenti e le geometrie coreografiche. All'interno di inquadrature costruite come nel cinema dal vero, Gary Trousdale e Kirk Wise introducono un'eroina sensuale, piena di vita e amante della lettura, un omaggio evidente alla Katharine Hepburn di Piccole donne. In un connubio tra fiaba e tecnologia, la computer graphic compie il miracolo di un valzer che ha una straordinaria adesione al reale e produce la scintilla di erotismo che rende la passione di Belle per la Bestia profonda e complessa. Ventisei anni dopo, la Disney apre le danze e riapre la suggestiva sala da ballo, realizzando la versione live-action del suo capolavoro animato. Dal décor ai personaggi, passando per i costumi e la musica, La bella e la bestia di Bill Condon sembra ricalcare il disegno animato conducendoci per mano e sui passi di Belle al castello di un principe che la vanità ha condannato a vivere recluso. Nel teaser, una musica familiare e malinconica spalanca le porte di un luogo abbandonato e isolato. Belle appare furtivamente e sfiora una rosa rossa, simbolo di bellezza e di questa magica storia d'amore. L'alchimia appassionante tra una bella e una bestia. Diretto da Bill Condon, La bella e la bestia vanta un cast d'eccezione. A contendersi il cuore di Belle, incarnata dalla grazia di Emma Watson, saranno Dan Stevens, principe che ha imparato le buone maniere a Downton Abbey e che innamorerà il cuore di Belle, e Luke Evans, arciere charmant in Lo Hobbit che mancherà il cuore di Belle. 
Tra la Bestia e Gaston, tra il villaggio e il castello, si svolge il percorso di emancipazione di una fanciulla legata al padre da un sentimento fusionale da cui l'emanciperà l'amore. Fanno corona Ewan McGregor e Stanley Tucci, Emma Thompson e Ian McKellen, che prestano la voce a candelieri e pianoforti a coda, teiere e pendole, improvvisandosi chansonnier sulle note di Alan Menken, che per l'occasione 'riabilita' le parole censurate nel 1991 nella hit di Gaston. Al celebre compositore, già autore della colonna sonora e delle arie-faro che hanno incantato la generazione degli anni Novanta ("La canzone di Gaston", "È una storia sai"), Bill Condon ha chiesto di scrivere tre nuove canzoni. A suo agio col film musicale (Dreamgirls) e col fantastico romanzesco (Twilight - Breaking Dawn), l'autore potrebbe bissare il successo animato e doppiare la versione barocca di Christophe Gans, interpretata da Léa Seydoux e Vincent Cassel, in curioso equilibrio tra emozioni e distanza.
La morale della favola 
Il sentimento nascente tra una giovane donna e un principe mutato in bestia sottolinea, proprio come in un racconto morale, il valore della bellezza interiore e la necessità di andare oltre le apparenze. Il motivo della metamorfosi del mostro in principe attraverso le prove d'amore dell'essere amato è comune a numerosi racconti, tuttavia la favola di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve non può essere ridotta al romance, il suo senso supera l'intrigo amoroso. La bella e la bestia è soprattutto un viaggio iniziatico che risolve l'irriducibile dualità dell'essere in un'armoniosa riunione delle sue multiple dicotomie: bestialità/bellezza, corpo/spirito, maschile/femminile, chiaro/scuro, sole/luna. E ancora. La favola non manca poi di assegnare il posto legittimo alla figura essenziale del padre di Belle, meno visibile della coppia Bella/Bestia ma altrettanto indispensabile alla comprensione globale del testo. Col genitore la dualità si fa trinità. Più profonda dell'incontro amoroso, più grande dello scenario edipico, la triade illustra i tre volti dell'essere umano: corpo, anima, intelletto. L'energia archetipica della favola non sfugge all'équipe Disney, in cui il ruolo del padre è rilevante. In un'ottica di molteplici letture e senza la pretesa di possedere l'interpretazione 'giusta', possiamo tentare una riflessione simbolica de La bella e la bestia a partire dall'adattamento del film realizzato dallo studio Disney nel 1991. Ma andiamo con ordine. E non per forza in ordine di apparizione. 
Belle incarna l'anima, intesa in senso spirituale e non religioso. Belle è l'intuizione superiore irriducibile al mondo fenomenico, nel quale vive ma da cui si eleva per tendere all'assoluto. Fin dalla prima canzone ("Bonjour"), la protagonista dichiara di sentirsi prigioniera in un villaggio in cui gli abitanti, presi dalle loro preoccupazioni quotidiane, vivono vite ordinarie. Belle ne vuole una straordinaria, una vita come quella che legge nei romanzi, porte aperte sul mondo spirituale che vorrebbe condividere ma il villaggio moltiplica gli ostacoli alla lettura. Belle non rinuncia e seduta alla fontana prova a istruire un gregge di montoni. Il significato del 'quadro' è eloquente e anticipa l'entrata in scena di Gaston, spaccone che regna sul villaggio e si specchia in una padella d'argento, simbolo degli appetiti materiali del personaggio. La sua rozza domanda di matrimonio rende imperioso il desiderio di altezza di Belle che lancia il suo appello all'universo. E il cavallo Philippe risponde, conducendola al castello, dove il suo desiderio di trascendenza si compie. Prigioniero nel castello c'è Maurice, il padre di Belle, inventore che incarna il livello intermedio della coscienza, ponendosi tra l'attitudine spirituale della figlia e l'animalità puramente terrestre della Bestia. Maurice permette a Belle di realizzare il sogno, di lasciarsi alle spalle un mondo esclusivamente materiale. È lui che infila per primo la foresta, lo spazio dove comincia il percorso iniziatico di Belle. Al suo arrivo al castello, luogo dell'inconscio profondo che rivela immediatamente la sua attitudine, Maurice prova a capire come funziona Tockins, la pendola simbolo del tempo. Il suo scacco, allegoria dell'impossibilità della scienza di comprendere l'inconoscibile (qui l'origine del Tempo, dei tempi, del mondo), ribadisce l'impraticabilità dell'impresa per l'intelletto senza intuizione (Belle). La sua irruzione poi nella taverna e il tentativo infruttuoso di chiamare il villaggio in aiuto di Belle è ancora una volta rivelatore della banalità del mondo fuori.
Un mondo talmente affondato nella propria materialità ottusa da non poter sopportare gli slanci autenticamente umani (Maurice è deriso e rigettato, buttato letteralmente fuori dal locale). Belle e il padre sono incapaci di reagire in faccia al villaggio che decide stoltamente di incendiare il castello. Spirito e intelletto restano insomma impotenti senza la forza vitale incarnata dalla Bestia. È lui il corpo compreso degli istinti dell'uomo e della sua dimensiona materiale nel senso più largo. Divenuta totalizzante e privata del limite, la carne scarica sulla favola una brutalità pura e fa del principe una creatura di sola bestialità. Il suo aspetto diabolico sparge un vento gelido, la sua ombra massiva e cornuta riflette le passioni perverse che deformano la sua anima e la condannano all'istintività. Il pelo bruno e la cappa rossa esaltano la violenza profondamente radicata in lui. Fragile speranza, i suoi occhi, finestre dell'anima, conservano l'azzurro della rinascita. E in quello sguardo Belle guarda e pesca il balzo vitale, corrotto ma non crudele, della Bestia che impara a educare la sua forza, a impiegarla quando e dove è necessaria (contro i lupi e contro Gaston), a orientarla in senso positivo, conciliandosi con la propria umanità e lasciando ripartire Belle e suo padre.
Con quel gesto la Bestia salva lo spirito (Belle) con cui vivrà in armonia dopo l'inverno. La stagione che rallenta il mondo e gli permette di recuperare progressivamente l'abilità umana, soddisfacendo i primi bisogni dell'anima (riprendere a leggere). L'amore tra Belle e la Bestia esprime la necessità per ciascuno di noi di accettare le proprie manchevolezze. La Bestia accoglie in sé la spiritualità di Belle che rappresenta la sua alterità, Belle accetta di amare la Bestia per quanto profondamente altro. Allo stesso modo la relazione tra Belle e la Bestia non significa la sparizione del padre ma piuttosto la fine della sua esclusività. La favola svolge allora il risveglio della coscienza, accordando nell'epilogo le tre componenti dell'essere. E forse è proprio questo il segreto del successo de La bella e la bestia. Una storia millenaria e universale di adempimento dell'essere. Una donna e una bestia capaci di assumere in pienezza la polarità dei propri sentimenti.

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martedì 7 marzo 2017

L'ora legale


Un documento divertente e in qualche modo coraggioso del momento storico-politico che l'Italia sta attraversando, sospeso tra paura e speranza

Salvo e Valentino sono cognati e vivono a Pietrammare, paesino della Sicilia dove gestiscono insieme un chiosco sulla piazza principale. Il marito della sorella di Valentino, a sua volta sorella della moglie di Salvo, è Pierpaolo Natoli, un professore di liceo dagli elevati valori morali e la condotta integerrima. Pierpaolo si candida a sindaco di Pietrammare contrapponendosi a Gaetano Patanè, il primo cittadino in carica, un concentrato di corruzione e malaffare: vuole proporre un cambiamento radicale che metta fine al degrado etico ed estetico che Patanè ha incoraggiato nel paese. A sorpresa, i compaesani votano Natoli sindaco, ma una volta eletto questi esigerà il rispetto assoluto delle regole: e si sa, in Italia chi invoca la legalità lo fa sempre riferendosi agli altri, mai a se stesso. Salvo e Valentino rappresentano bene la popolazione di Pietrammare: da una parte i molti, come Salvo, che nel malcostume ci sguazzano, traendone il proprio piccolo o grande tornaconto; dall'altra i pochi come Valentino che vorrebbero un paese migliore, più onesto e rispettoso del prossimo. Ma i due cognati scopriranno di essere meno diversi di quanto pensassero perché quella verso la legalità è una strada in salita, soprattutto per chi non è mai stato abituato a percorrerla.
Salvatore Ficarra e Valentino Picone aggiungono un altro tassello alla loro filmografia di autori, registi e interpreti di racconti comici del malcostume italiano (spesso specificatamente siciliano) con un intento civico superiore a quello della commedia italiana media contemporanea, ma mai eccessivamente graffianti e poco inclini ad antagonizzare il proprio fedele pubblico. L'ora legale da un lato affronta di petto il tema "caldo" di un'Italia ingovernabile a cominciare dal basso, dall'altro assesta un colpo al cerchio e uno alla botte nel momento in cui, ad esempio, caratterizza Pierpaolo (interpretato da Vincenzo Amato con insolita inespressività) come anonimo e incolore, ben lontano da un carismatico Barack Obama seppure in sedicesimo, mentre Salvo (Ficarra) è pirotecnico e irresistibile, un Lucignolo per cui è impossibile non provare simpatia.
È inquietante anche la tempistica dell'uscita de L'ora legale. Da un lato arriva un anno dopo il successo di Quo vado?, cui il dream team di sceneggiatori composto, oltre che da Ficarra e Picone, da Edoardo De Angelis (regista di Perez e Indivisibili), Nicola Guaglianone (sceneggiatore di Lo chiamavano Jeeg Robot) e Fabrizio Testini (storico sodale del duo palermitano ma coautore, fra gli altri, anche di Checco Zalone), sembra essersi adeguato in corsa. Dall'altro risente dell'eco dei recenti accadimenti politici che, come sempre nell'Italia dei nostri giorni, superano di gran lunga l'immaginazione e la vis comica degli autori cinematografici. L'ora legale appare dunque indeciso fra appoggiare la vocazione civile di Pierpaolo o criticarne l'eccessiva rigidità, fra promuovere il cambiamento o depotenziarne l'ideologismo radicale, e si muove fra populismo e satira sociopolitica con più ambiguità che convinzione. Il risultato è comunque divertente e in qualche modo coraggioso, ha la grazia che caratterizza tutti i film di Ficarra e Picone, e pone una domanda importante: che Paese vogliamo essere? Siamo davvero pronti per un mondo dove le regole vengono rispettate da tutti, noi compresi? E ancora, per citare una battuta del film: l'Italia, l'onestà, se la può permettere? L'ora legale resterà in ogni caso un documento del momento storico-politico che stiamo attraversando, sospeso tra paura e speranza, tra la curiosità e il timore di scoprire qual è Italia che ci meritiamo davvero.

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