martedì 25 aprile 2017

Sleepless - Il giustiziere


Cosa succede quando prendi uno degli action più celebrati, quantunque misconosciuti, degli ultimi anni e lo fondi con un’idea di genere che appartiene a un’altra epoca (Die Hard, anyone?)? Succede che ottieni Sleepless - Il giustiziere, remake di Nuit blanche, film d’azione francese del 2011 che viene spostato tra le vuote meraviglie desertiche di Las Vegas, con un protagonista tutt’altro che avulso a ruoli del genere, ossia Jamie Foxx.

Il regista Baran bo Odar, approdato da queste parti presumibilmente grazie a Who Am I, rimane schiacciato dalla morsa hollywoodiana, che da svariato tempo a questa parte manifesta una particolare predilezione per thriller stanchi, essenzialmente perché scritti male. I limiti di Sleepless stanno tutti lì, c’è poco da fare. Vincent è un poliziotto separato dalla moglie che, per arrotondare, ha recentemente sottratto un bel po’ di cocaina alla persona sbagliata; la scelta si rivela infelice a prescindere da qualsivoglia connotazione morale, bensì nella pratica del rapimento del figlio di Vincent, proprio sotto i suoi occhi.
Chi avesse colto elementi riconducibili a Taken ne avrebbe ben donde: non tanto quello immediato, ossia l’operazione di recupero che immediatamente s’innesca, quanto piuttosto la congerie di situazioni estreme, forzate all’inverosimile, attraverso le quali si snoda questa caccia ai rapitori. Il film mantiene l’unità di tempo, svolgendosi perciò gli eventi in un arco ristretto, all’incirca ventiquattr’ore. A differenza della saga che ha fatto di Liam Neeson la parodia di sé stesso (poi è arrivato A Walk Among the Tombstones e l’allarme è almeno in parte rientrato), qui emerge anche qualche sottotrama, come quella che coinvolge l’agente degli Affari Interni Jennifer Bryant (Michelle Monaghan) ed il suo partner.

Ruolo tutt’altro che secondario quello della Monaghan, qui chiamata a quasi bilanciare il peso che ha nell’economia della trama il personaggio di Foxx. Ed è un po’ il tentativo, forse, di compensare la debolezza di Sleepless sul fronte che più compete all’originale, dal quale questo di Odar si discosta dunque non solo per lingua e ambientazione. Tuttavia non vorrei che si fosse fuorviati dal paragone, dato che i difetti dell’operazione non emergono certo dal confronto: Sleepless non regge di per sé, senza scomodare nessun altro.
E lascia ancora perplessi come quella di Foxx continui ad essere una carriera altalenante, contraddistinta da film notevoli e sonori scivoloni. Non si spiega perché nella maggior parte dei casi trattasi di progetti che convincono poco già sulla carta, come avviene in relazione a questa sua ultima partecipazione. Rivolgere la propria attenzione su una presunta inadeguatezza di Las Vegas lascia il tempo che trova, non dopo il recente Bourne di Greengrass, che ha trasformato la città in uno sfondo più che accettabile per il matto inseguimento finale.

Sleepless, il rifacimento, rimane invece a metà strada: vuole prendere le distanze dall’originale integrando una scomoda oltre che raffazzonata traccia narrativa “forte”, depotenziando però la sua propensione allo spettacolo, componente che invece andava curata con maggiore attenzione. Sciocco perciò sul fronte dei temi sgangheratamente evocati, tutt’altro che su di giri, debole sul fronte che da solo poteva risollevarlo, ossia quello coreografico, per così dire. E si arriva all’epilogo stremati, tenuti a distanza da uno sviluppo il cui prevedibile climax ha ancora meno senso di come lo s’immagina, se non altro per come si manifesta, ché la gestione lascia tiepidi già in corso d’opera. Audace, da parte degli autori, l’aver lasciato la porta aperta ad un potenziale ancorché insensato sequel.

Fonte:QUI

sabato 15 aprile 2017

Silence


C’è un aspetto di Silence che per alcuni sarà emerso o emergerà, mentre ad altri resterà irrimediabilmente precluso. Non si tratta di fiuto o capacità di elaborazione in senso stretto; il punto è che nell’ultimo film di Martin Scorsese vengono chiamate in causa questioni teologiche fondamentali, immediate solo per chi ha alle spalle un retaggio vagamente cattolico o una certa propensione verso determinate tematiche. Per introdurci all’argomento sarà indispensabile guardare ad un personaggio, il cui ruolo è centrale nell’ambito di questa parabola, ossia Kichijiro. È perciò evidente che chi il film non l’avesse ancora visto potrebbe perdersi strada facendo, più che “rovinarsi” chissà quale sorpresa. Ad ogni modo, uomo avvisato mezzo salvato.

Kichijiro lo s’incontra praticamente all’inizio del film: è il Caronte di Rodrigues e Garupe, i due giovani gesuiti inviati dalla Compagnia di Gesù, sotto loro stessa insistenza, per capire che fine abbia fatto padre Ferreira, il loro maestro, e, se possibile, sostenere i pochi cristiani rimasti in Giappone. Lo vediamo disteso in un angolo, Kichijiro, esteriormente devastato, nascosto alla luce, che su di lui non batte: un espediente cinematografico che risale al bianco e nero, se vogliamo, in un’epoca in cui l’assenza di colori consentiva (per non dire imponeva) il ricorso a certe misure visive che stessero lì ad indicare molto più di quanto si potesse esprimere a parole. Come se non bastasse, lo sguardo di Kichijiro è perso nel vuoto, smarrito, mentre farfuglia parole; quando viene definito “cristiano” dalla persona che l’ha messo in contatto con i due portoghesi, lo spaesato Kichijiro rifiuta categoricamente l’appellativo, altresì affermando di voler tornare a casa, dalla sua famiglia. Scopriamo più avanti che la sua famiglia è stata sterminata dagli emissari del governatore Inoue in quanto cristiani. A quale casa allude perciò il nostro? Quale famiglia? Ci torneremo alla fine.

Tale personaggio rappresenta una presenza costante, per quanto discreta: si sarebbe portati a pensare, non senza ragioni, che il protagonista sia padre Rodrigues, non fosse altro per la voce fuori campo, la sua, che in più occasioni riporta pensieri e sentimenti, oltre all’essere presente praticamente in quasi tutte le scene. Ma fare cinema è tanto l’Arte del mostrare quanto quella del celare, del nascondere alla vista, e Scorsese, da maestro qual è, applica verosimilmente tale principio, specie nell’ambito di un’opera che si presta particolarmente a tale approccio. Kichijiro entra ed esce dalla scena in maniera maldestra, scoordinata; non lo si vede per un po’ magari, eppure arriva, immancabile, il momento in cui in qualche modo ce lo si ritrova tra i piedi. Come mai?
Nessuna forzatura, niente Deus ex machina da parte dello sceneggiatore: semplicemente è lui, questa figurina dagli occhi a mandorla, a tornare per scelta propria, attirato dai due gesuiti come fossero per lui una calamita. Ma come? All’inizio Kichijiro non era quello che risolutamente ha negato di essere cristiano, ubriaco e devastato in quell’angolo semibuio? Non ci sarà bisogno di giungere al seppur eloquente epilogo per capire di cosa si tratta. Farà anche sorridere, ma tutte le volte che Kichijiro entra in scena, goffo, consapevole di stare mettendo a repentaglio la propria vita, va da Rodrigues e chiede una cosa ed una soltanto: «padre, mi confessi!». Secondo una tesi manifestata dal governatore Inoue nell’ambito di una delle dispute verbali con Rodrigues, il cristianesimo non avrebbe mai potuto attecchire in Giappone perché quest’ultima è una palude, dove non può crescere nulla; tesi ribaltata da Rodrigues, secondo cui, al contrario, non esiste terreno poco o addirittura per nulla fertile affinché il messaggio della Chiesa possa attecchire, dunque semmai è stato l’operato del governatore ad avere impedito che tale messaggio fosse diffuso e portasse frutto.

Kichijiro, in questo senso, è proprio quel frutto, forse il più luminoso dell’operato dei missionari. È evidente che Scorsese empatizzi particolarmente con questo personaggio, in cui vede la condizione non semplicemente dell’uomo, ma più precisamente del colui che ha Fede. Questo strambo giapponese che sistematicamente acconsente senza fiatare agli atti di apostasia ai quali viene costretto dalle guardie che perseguitano i cristiani, calpestando un numero sempre più cospicuo d’immagini sacre, tuttavia non si dà pace. E ritorna, devastato dalle sue azioni, dalla sua inadeguatezza, nondimeno pronto a riconoscere di avere sbagliato e di non meritare il perdono. Un atteggiamento del genere, così ostinato, arcigno, per molti incoerente, ha un senso solo se letto in prospettiva cattolica. La Chiesa ha sempre incoraggiato una tale ostinazione, a dispetto della debolezza dell’uomo, che sa essere imperfetto e bisognoso di aiuto. Fin qui la Chiesa, con i suoi santi e sante al seguito.

Ma come cogliere il pentimento, specie a fronte di ripetute cadute? E soprattutto, fino a che punto è ammissibile il “reintegro” di una persona che si macchia costantemente del medesimo peccato, cadendo sempre nello stesso errore? Padre Rodrigues ha addirittura modo di assistere agli atti di apostasia commessi da Kichijiro proprio nel loro compiersi, il che, ai suoi occhi, rende l’assoluzione mediante Confessione ancora più ardua, prestando il fianco a scrupoli di coscienza tremendi. Nondimeno, il nostro sa che il perdono viene da Dio e che alla Chiesa spetta solo amministrarlo, costringendo i suoi ministri a non soggiacere alla propria natura, ovvero certi loro ragionamenti, viziati a loro volta dalla debolezza di cui sopra: per quanto umanamente deprecabile, un peccatore che torna sinceramente ad attingere a quella fonte di Grazia infinita che è il sacramento della Riconciliazione, dunque dispiaciuto e consapevole del danno commesso, va ascoltato ed assecondato in quel suo desiderio di riconciliarsi con Dio, incarnato in Colui che esortò a perdonare «settanta volte sette».
Il cattolico è esattamente quella cosa lì, ovvero un mascalzone che sa quanto sia irrilevante la sua debolezza ai fini del perdono, mentre invece tutto si gioca nell’ambito del pentimento e del desiderio di emendarsi attraverso quella che un tempo veniva chiamata espiazione, col conseguente proposito, va da sé, di non cedere più per quanto sta alla propria volontà. Una cultura che ha stupidamente traslato il cosiddetto peccato originale dall’uomo alla società, già a partire da Rousseau, è chiaro che non riesca, non dico a tollerare, ma anche solo a comprendere la profondità di un simile mistero. Non a caso in quell’andirivieni di ‘sto povero sfigato di Kichijiro cogliamo la componente comica: a farci ridere è sopratutto la sua incoerenza, quella di uno che, in mezzo a tanti martiri, ci mette un attimo a calpestare immagini sacre, per poi tornare dal prete a chiedere perdono.

Perché dunque cattolico, Kichijiro? Semplice. Perché a lui non basta l’essere dispiaciuto e contrito per i suoi atti, che riconosce essere “sbagliati”, bensì ritiene indispensabile passare dall’assoluzione sacramentale, e per ottenerla è disposto a farsi catturare dagli stessi da cui fino a un attimo prima era scappato. Capite? In un'epoca in cui anche i cosiddetti ideali sono stati oramai mandati al macero, a fronte di esistenze per lo più tranquille ed in cui i problemi sono altri, come far capire che esisteva un mondo in cui qualcuno reputava a tal punto vitali cose come la propria Fede dal rischiare la vita per esse? Per essere toccati dalla portata esistenziale di un simile atteggiamento non c’è mica bisogno di conoscere il Catechismo o chi per lui, basta scendere a compromessi col proprio pregiudizio, per quanto alle volte ineludibile e finanche sano. Bisogna estendere i confini della propria curiosità, o almeno provarci. Scorsese, da ex-cattolico qual è, si domanda: siamo sicuri che la Grazia e il perdono abbisognino di un’Istituzione, qualunque essa sia, per raggiungerci?
A tale quesito il regista potrebbe avere già risposto anni or sono, ma ciò non gli impedisce di continuare la propria ricerca, mettendo sé stesso e la propria consapevolezza entrambi in discussione. Non a caso per il personaggio di Kichijiro si scorge compassione, quasi empatia, a dispetto di un trattamento che tende a ridimensionarlo, quasi che Scorsese ci suggerisse che in fondo Kichijiro sia vittima di un’errata percezione. Tuttavia la cosa non emerge chiaramente, e Scorsese fa un po’ come il Dio di Pascal, ossia lascia abbastanza ombre per dubitare quanta luce per credere. Pochi dubbi si hanno invece sulla casa alla quale il cialtrone Kichijiro intende tornare, ossia quella dei battezzati, la Chiesa: come si faceva un tempo coi più piccoli, a lui hanno insegnato che extra ecclesia nulla salus, perciò è inutile accumulare parole e concetti a fronte di quella che viene percepita come una verità lampante. È la Fede ad attrarre Kichijiro, in un tira e molla in cui al lato opposto della corda troviamo tutto quel ventaglio di fattispecie troppo umane che vanno dalla paura alla codardia, passando dalla superbia. Non per niente è sua la frase che, volendo, condensa in poche parole il senso del film: «Dov’è il posto per un debole come me in un mondo come questo?».

A questo punto la tentazione di vedere in Silence una critica generica alla libertà religiosa, dunque d’espressione, dovrebbe esercitare meno presa. L’ultima fatica del regista italo-americano si focalizza su una fattispecie piuttosto specifica, le cui implicazioni, come rilevato in apertura, non sono accessibili universalmente; nonostante ciò, non si parla di alieni bensì di persone, la cui parabola redentiva è perciò applicabile e fruibile da tutti nelle sue implicazioni di carattere esistenziale. Quello dei missionari mandati dall’altra parte del mondo, in un periodo in cui viaggiare significava ancora poterci rimettere la pelle, per evangelizzare popolazioni ignare di quanto era accaduto in Europa nei secoli precedenti è un fenomeno anzitutto umano, dopodiché religioso. E come tale, non serve condividerlo, averne fatta esperienza, per valutarne l'entità. Parlare di coraggio quando ti chiami Scorsese lascia probabilmente il tempo che trova, ma è vero che un film così fuori moda e tendenzialmente provocatorio, a dispetto delle ben più innocue intenzioni del regista, apre uno squarcio notevole, proprio perché a promuoverlo è un cineasta affermato e mainstream come Scorsese. Lo spirito del tempo si muove ma non sempre va dove c’immaginiamo; un giorno, guardandoci indietro, chissà che non tocchi far risalire proprio a Silence, magari subito dopo a The Tree of Life, il cambio di rotta, o quantomeno un primo tentativo dopo decenni di scoraggiante vuoto.

Fonte:QUI


giovedì 6 aprile 2017

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Lo spin-off di The Lego Movie

L'idea di portare i mattoncini Lego al cinema poteva sembrare una follia senza senso solo a chi non sappia come si sia mossa l'azienda negli ultimi decenni. Lego non sono più solo scatole di costruzioni, la compagnia ha anche stretto una serie di accordi di partnership per la gestione dell'immagine di importanti saghe cinematografiche (Guerre Stellari, Harry Potter, Il Signore Degli Anelli, ecc.). Il primo risultato sono stati una serie di set di costruzioni a tema, dal Millennium Falcon a Hogwarts fino alla tana di Bilbo, poi è arrivato il resto.

Lego si butta nel mondo dei videogiochi con i personaggi del cinema più noti
Dai set a tema Lego si è buttata nel mondo dei videogiochi sempre con i personaggi del cinema più noti, spostando lì alcuni dei suoi meccanismi e iniettando un'inedita componente narrativa. Le versioni "Lego" di Batman, degli Avengers, di Harry Potter e via dicendo sono diventati personaggi giocabili di avventure autoironiche. A questo punto il salto verso il lungometraggio animato non è più così assurdo e diventa più un adattamento di un videogioco che di una linea di giocattoli. La catena è importante perché è la maniera in cui è stata fondato non tanto un universo narrativo quanto una personalità ben precisa. Le storie dei personaggi in versione Lego sono caratterizzate da toni tutti loro. Per dirlo in maniera più chiara, il Batman della Lego non somiglia per niente al Batman dei fumetti o del cinema, a nessuna delle sue versioni, e lo stesso vale per gli altri. Hanno personalità differenti e vivono avventure completamente differenti, molto più parodistiche, leggere e finalizzate alla risata.


Il grande successo e l'importanza di Batman Lego

È sembrato allora logico che per il passaggio al cinema l'operazione fosse stata affidata a due artisti del metacinema come Phil Lord e Chris Miller (Piovono polpette, 21 Jump Street). Il successo è fortunatamente arrivato e copioso. Ma il vero successo all'interno del successo è stato quello di Batman, personaggio che già nei videogiochi aveva dimostrato di avere una personalità superiore agli altri e che nel film è spiccato di conseguenza, tanto da meritarsi un lungometraggio tutto proprio, diretto da Chris McKay, il supervisore all'animazione del film principale. Tale è l'importanza di questo Batman Lego che la Warner Animation Group, per fargli strada e non offuscare l'attesa del suo film, ha rimandato a data da destinarsi il sequel di Lego The Movie. Proprio questo rimando in avanti però potrebbe far sì che il film, contrariamente a quanto annunciato prima che arrivasse l'idea dello spin-off su Batman, potrebbe essere diretto nuovamente dalla coppia Lord/Miller.
Parte del successo del Batman Lego, assieme al suo fare spaccone e vanaglorioso, viene poi dal doppiaggio di Will Arnett, attore di commedia di media fama, seconda linea del cinema che in carriera può vantare di aver fatto parte della banda di Arrested Development, serie tv cinica e inventiva dei primi anni 2000 che ha lanciato tantissimi attori prima sconosciuti. Proprio uno di questi, Micheal Cera, è stato scelto per dare voce al Robin Lego, che in questo film fa il suo debutto come un orfano che Batman decide di "adottare", facendogli paradossalmente da padre.
Invece la nemesi principale del film, nonchè villain più noto della storia di Batman, ovvero il Joker, avrà la voce di un altro nome noto della commedia recente Zach Galifianakis. L'idea sembra quindi essere chiara: lavorare sia sul piano dell'azione (i cartoni Lego sono caratterizzati da un umorismo che viene dai movimenti rapidi e scattosi dei personaggi) che su quello di una dizione e dei tempi comici impeccabili.

Fonte:QUI