venerdì 29 luglio 2016
The Legend of Tarzan
Com'è tormentato e musone, questo Tarzan.
Il Tarzan che ha il fisico scolpito di un Alexander Skarsgård che ha conservato tutto il languore corrucciato e malinconico dell'Eric di True Blood; il Tarzan che non sorride mai, se non alla fine del film, quando si scioglie e scioglie le sue tensioni in un abbraccio liberatorio; il Tarzan che si muove nella giungla esattamente come lo Spider-Man del cinema si muove tra i grattacieli di Manhattan.
Il Tarzan di David Yates che racconta un po' al contrario la storia di Greystoke – La leggenda di Tarzan.
Qui John Clayton lo incontriamo già civilizzato, ma già in lotta con sé stesso per cercare di rinnegare razionalmente le sue origini e la sua natura selvaggia e di dimostrare a sé e agli altri che casa sua non è l'Africa ma la dinamica e un po' ingessata Londra di fine Ottocento.
Ma tanto, se il Mal d'Africa è inguaribile per le persone normali, figuriamoci se lo è per John, che – come dice la sexy Jane di Margot Robbie, che sbandiera di non voler essere una damsel in distress ma che di fatto lo è per tutto il film – una persona normale non lo è affatto.
E allora via, ogni pretesto è buono per tornare giù nel Congo, ancora meglio se il pretesto è andare a vedere se davvero Leopoldo II del Belgio - o meglio il suo infido braccio destro, che ha la faccia giusta e antipatica di Christoph Waltz - si sta segretamente preparando a ridurre in schiavitù tutta la popolazione locale e a impadronirsi delle miniere di diamanti.
E già, perché per evitare sgradite polemiche politicamente corrette sull'uomo bianco che, sebbene figlio delle scimmie, s'innalza sopra la popolazione nera, The Legend of Tarzan (che guarda al cinema d'avventura del passato e alla spettacolarità hollywoodiana presente, e finisce col risultare un po' strabico) spinge al massimo su un messaggio progressista e anti-razzista, sull'uguaglianza tra bianchi e neri e perfino, con una spruzzata d'antispecismo che di questi tempi non fa mai schifo, tra uomini e animali.
Tutti i conflitti si risolvono, allora: Tarzan ha al suo fianco un afroamericano che ha combattuto contro il Sud schiavista (Samuel L. Jackson), fa pace col capotribù che lo voleva morto e col “fratello” gorilla che lo considerava un traditore, e tutti insieme (ma proprio tutti, pure gli gnu, i leoni e i coccodrilli: non manca più nessuno) fanno fronte comune contro la viscida e violenta e sfruttatrice oppressione colonialista e schiavista,
Alla fine, pure i conflitti (interiori) di Tarzan si placheranno: al diavolo Londra, le convenzioni, le scarpe, il freddo e la nebbia: vuoi mettere una bella capanna in Africa, in mezzo agli amici, animali o umani che siano?
Abbracciando la propria natura, invece che inseguendo dei modelli che ci siamo imposti di soli, prima della società, si ritrova il sorriso e perfino la fertilità, racconta Yates. Che, se solo tenesse la macchina da presa ferma quando non esiste motivo al mondo per cui muoverla, non farebbe un soldo uno di danno.
Fonte: comingsoon.it
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